Le clip, le clip, avevamo preso le clip e noi due su di lei che rideva sotto noi

E le clip non si aprivano, le avevamo strette su di lei ma niente buio fuori le sirene della polizia facevano il giro del quartiere e poi niente. Buio buio e noi con lei con le clip le clip le clip.

Tutta quella fretta per niente ma si rideva nonostante il buio le sirene, il panico saliva e poi scendeva l’ascensore fuori fuori uso e noi armeggiavamo con le clip. Avevamo la musica tutta per noi, lunghi drink, le pastiglie, tutto quanto. Pieni di seta, di pvc, di toys. E storie sporche da raccontarci per tutta la notte. Fuori le sirene facevano un altro giro. Noi giocavamo e decidemmo di cambiare, ci girammo e le clip le clip le clip le buttammo, stracciammo la seta ci divertimmo, ce la spassammo.

L’unico fuori fu l’ascensore.

Burt Bacharach si voltò di scatto e disse: “Ma questo l’ho scritto io? L’ho scritto io?”. Agitando gli spartiti, stretti nel pugno di Burt, finì che urtarono il lungo gin tonic che si era preparato. Il bicchiere cadde sulla moquette ai piedi del pianoforte. Il ghiaccio, il gin, l’acqua tonica annegarono nella moquette bianca, alta un palmo, e un brutto odore risalì violento, acido. Burt inorridì ancor di più e disse: “Non posso averlo scritto io, qualcuno per favore dica che non sono stato io!” Ma nell’immensa sala bianca non vi era nessuno oltre Burt. Nessuno rispose, solo un profumo più gentile arrivò discreto dalle cucine a far pulizia del rancido che emanava dalla moquette, un profumo di salatini al formaggio e mandorle tostate. Allora Burt pianse e si rimise al lavoro, fino a sera, fino all’ora di cena.

Quella sera Burt Bacharach cenò con Elvis Costello, mangiarono bene e parlarono molto e furono tutti e due molto gentili.

– Le dita, le dite, le ditate tra fili di cielo candidi tra le dita, s’intorcinano tra diti, tra dite, le dite sulle punte di nuvole bianche, su cielo bianco e voi che dite con le dite tra le labbra, sulla bocca?
– In ditta

Eravamo sulla metro

Seduti con le mani

Aggrappate alla provincia

E viaggiavamo insieme noi

 

Liquidi dagli occhi

Scorrevano tra noi

Luci come stelle

Brillavano per noi

 

Le fermate erano

Degli altri non le nostre

Scendevano salivano

E noi aggrappati a noi

 

Lo zingaro suonava

Un uomo levantino

Dell’Oriente estremo

Dall’aspetto uno di Hanoi

 

Ci guardava, ci guardava

Lo zingaro suonava

La gente risaccava

E noi niente, noi ci amavamo noi

Il vangelo di Giudo

Non mancava l’ammoniaca. In quel tempo, ovunque andassimo – preceduti dal Maestro di Giudo, dalle sue parole, dalle sue azioni – ingombranti cisterne, taniche, bottiglie, lattine, contenitori per le urine, tracimavano ammoniaca. Tutto veniva disinfettato con scrupolo, accanimento, maniacalmente, ma sempre con grande, grande umorismo. Il Maestro di Giudo ci guidava in questo.

Ricordo una volta quando disse: “L’ammoniaca disinfetta, schiarisce. Anche il cloro disinfetta ma all’ammoniaca ci pensiamo noi”.

Arrivammo poi a Marsiglia e per giorni e giorni strofinammo tutto per bene. Fu uno splendido lavoro.

Il vangelo di Giudo

Il Maestro di Giudo raccolse la sua tuta nera e notò che era lisa. Disse: “Vedete qui, uomini e donne, di cosa è capace una tuta lisa? Essa giaceva per terra e mentre giaceva nessuno avrebbe mai detto fosse lisa. Invece ora, tra le mani, stesa, tesa, presa, essa appare lisa”. Il Maestro di Giudo appallottolò la tuta e la calciò lontano, più lontano che poté ma essa cadde soltanto poco innanzi, scompigliandosi prima di giacere nuovamente per terra, aprendosi come un mantello, come le ali di una manta, come un corvo planante lento lungo campi arati e forse già morti. Come una tuta.

A metà del paragrafo ti nomino di scatto: “Luigi”, e tu mi calpesti i fogli dattiloscritti mesi fa, pieni di nomi propri, ma in quelli neanche un cenno a… “Luigi”!

Un attimo dopo Carla apre le serrande e si butta di sotto tra le braccia di nessuno perché noi siamo qui: io ti nomino e tu mi calpesti; un piano sopra la tragedia.