Le mie dita tra le dita, un tonno vedo tra le dita, un organo. Mi guardo le dita, le dita guardano me, ci guardiamo ma loro mi guardano di più, sono di più. Le mie dita tra le dita insieme. Sulla punta delle dita danzano Alfasud. In cima ci sei tu, tra le tue dita le mie e tonni tra di noi.

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Tra le mie dita polvere bianca e profumata casca come pioggia, quasi neve, mi accarezza, mi rende migliore, tra le mie dita si adagia, e avvolge la mano come nobile guanto di seta immacolata. Questo succede alla sinistra. La destra impugna virile la stecca virile e trafigge secca una sfera d’avorio. Scivolando tra le dita velate, immacolate, nobili, di seta, profumate etc.

Il vangelo di Giudo

Un giorno il Maestro di Giudo udì il suono di una campana. Il maestro, in viaggio da giorni ai piedi delle Alpi di Susy, era prossimo al villaggio sorto sulla soglia della quarta valle venendo da Ovest. Udì le campane del villaggio e si ricordò di un motivo che in tempi passati riscosse un incredibile successo su tutta la Terra. Tutti lo cantavano, tutti lo fischiavano, tutti lo ballavano, tutti fornicavano sulle note di quel motivo.

Al Maestro di Giudo, sentendo le campane, venne in mente quel motivo e, senza motivo, fece frustare quattro colonnelli.

A cose fatte i quattro ebbero l’ardire di dire: “Maestro, ci insegni il fox-trot”.

Ma essi, non avendo risposta, raccolsero le loro giacche e se ne andarono con passo incerto e sanguinanti.

Il Maestro di Giudo poi indicò le orme che i quattro si lasciarono alle spalle e disse: “Questo è il fox-trot, seguite questi passi e apprenderete il fox-trot e quando raggiungerete i quattro colonnelli troverete quattro maestri, i più grandi mestri di fox-trot perché seppero insegnarlo senza averlo mai appreso.

Io, per conto mio, mi appoggiai alle mura del villaggio e mi piegai. Mi piegai e risi. Risi.

In quel momento il Bene e il Male, seduti sulle Alpi di Susy, misero su un disco che diede a tutti un gran fastidio e comprendemmo che il nostro viaggio sarebbe stato ancora lungo e difficile. Ma io intanto risi.

Ho raggiunto il Nirvana ma era chiuso. Allora sono rimasto fuori, ho gironzolato un po’ sulla grande piazza lastricata.

C’era un cane seduto che si grattava il collo con una delle due zampe posteriori. Tra il godimento e il fastidio, l’azione e la sua concentrazione non gli permettevano di aprire gli occhi ma ero sicuro che si era accorto di me. Non dissi niente, aspettai in piedi.

La sabbiolina e il fine pietrisco sul selciato scricchiolavano al minimo movimento dei mocassini che calzavo con imbarazzo. Non portavo mocassini e calze bianche da quando lasciai il paese. Me li ritrovo ora che ho raggiunto il Nirvana. Non ho giustificazioni, meno male non servono perché altrimenti non saprei proprio cosa dire.

Molto strano che sia chiuso e non ci sia nessuno. C’è un cane questo sì, ha smesso di grattarsi, ora è ritto su tutte e quattro le zampe, sembra indeciso. Ha deciso. Ha deciso di morsicarmi. Ehi, non fare scherzi, non ho raggiunto il Nirvana per farmi morsicare da un cane.

Mi metto a correre, la bestia mi insegue e, senza che me ne renda conto, tutto torna indietro, io torno indietro, il cane mi viene dietro.

Corro e la strada che percorro è tale e quale via Dante, così questo non è più il Nirvana: è Riccione. Davanti una pasticceria c’è mia madre, mi guarda correre e non dice niente. Però ferma il cane, sembrano conoscersi. Mangiucchiano biscotti al burro e si dimenticano di me.

Torno a casa con un taxi. Devo essermi sbagliato. Un’altra volta. Quanto mi costa la vita. Solo di taxi.