Lorenza, corista, si impiccò a gennaio, la tournée non era ancora finita. Tornò a casa quando il gruppo fece tappa nella sua città. Disse alla banda: “Ragazzi faccio un salto a casa, prendo delle cose”.

Non si vide la sera, sul palco non c’era. Suonarono senza un pezzo di coro. Suonarono bene, fu un buon concerto, solo mancava Lorenza.

Lorenza rimase appesa alla corda tutta la sera. Aveva i piedi nudi a un metro da terra, le mani lungo i fianchi, dondolava, faceva no con la testa china e tutto il corpo, e il volto morto aspettava l’attacco, mentre sotto, l’arpeggio girava lento.

Lorenza corista, zitta zitta morì, nella sua mansarda travi a vista e un balconcino.

Era bassottina ma attaccava bene il pezzo e con gli acuti ci sapeva fare.

Qualcuno del gruppo la tirò giù, pianse, disse: “Che hai fatto Lorenza?”, la stese sul divano, fece telefonate, arrivò gente, la videro muta ma era morta, non c’era niente da dire.

Lorenza corista doveva prendere delle cose, se ne andò un pomeriggio di gennaio senza dire niente.

Mi abbevero non già alla fonte

Ma nella vasca per gli armenti

Mi abbevero in cinque minuti e sei

Nella fretta di sopravvivere

Senza tornare a monte

 

Avanti sempre avanti

Giù nella valle infinita

Almeno così infinita pare

Supero le bestie divoro

Le miglia in linea retta

 

Suggo resina, l’acqua, la linfa

Sputo sentenze, le ossa

Ridotte così, pietose

Le giudico e condanno ad esser nude

Nella scia bianca dietro me

 

Mangio la terra coi suoi vermi

Dissesto e defeco

Uccido

Un daino, una donna, un dio

Mi prendo il tempo di fare scarpetta

 

E poi via: aro, scavo, trivello

Sopravvivere in fretta

Il mio destino rallenta

Sono solo secondo

Ancora per poco

 

Mi guardo dietro, finalmente

E dietro, secondo

Finalmente il mio destino

E sono solo davanti

Più solo di un dio.

Mi mordicchiai il labbro destro. La cosa mi stupefece. Tanto che vi riflettei sopra per qualche giorno.
Poi, all’improvviso, ammazzai Donato e senza riflettere, ripresi a mordicchiarmi il labbro destro.

Il sole tramonta

Lo dico e poeto

Di un sole al tramonto

Esso va gìù

Mentre lo guardo

Esso scompare

E con lui il giorno

Rimango con la mia idiozia

Solo

Il tempo di buttar giù poesia

Solo ancora

Un minuto ancora

E vengo giù anch’io

Flirto. Ho imparato a flirtare. Prima broccolavo penosamente. Mi sembra un passo avanti. Flirto. Ma aldilà della zia non vado. Zia, cosa c’è oltre te? Dimmelo, dimmelo zia. Basta misteri, cosa c’è oltre te? Dimmelo! Dimmelo!

Porca zia!

Ditelo a Giusi

Citofono forte

Crudele la notte

 

Finito lo spirito

Sovvien la morte

 

Si tratta di un ganka in sei rise e due doppie strofe a cascata. Le rise si ripetono a fantasie di tre. Morire se vi dico altro. Vaffanculo.

Sergio io ti volevo dire che nell’80 avevi ragione tu sul velluto a coste, verdone, marrone, fa lo stesso, tu avevi ragione sul giaccone di velluto a coste. Io mi ero irrigidito nel nylon delle giacche a vento, e avevo freddo, mentre il velluto… col velluto, chissà come sarebbe andata, dove sarei oggi.