Eravamo tutti molto giovani,
era sempre il 1996

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Correre significa vanto

Sorridere non significa mento

Ridere a volte allude al metabolismo affaticato da un’alimentazione panica

Piovere non è un crocevia

E tu amore mio non sei che gocce di ceralacca su carteggi incomprensibili

Ho visto una donna farsi versare del minestrone nell’utero, lei trattenerlo e poi espellerlo sulla schiena rasata di un cane pechinese, drogato, sdraiato su un telo rosa carne in PVC.

Riflesso sullo specchio di un’anta dell’armadio nella camera, due o tre uomini si picchiavano, uno teneva un microfono e non lo lasciava manco morto. Il cane intiepidito dalla colata verdona sembrava contento fino a che non affogò. Poi due dei tre uomini presero su il telo e portarono via tutto quanto.

La donna, rimasta sola, nuda e impiastricciata, iniziò a fumare e non la smise fino alla fine della pellicola, non sapeva proprio da che parte ricominciare. Il terzo uomo, da dietro la videocamera, un attimo prima che finisse la ripresa, le tirò un bastone e gridò: “Stop!”.

Io mi alzai con malumore e mi diressi verso il mio frigo alla ricerca di sedano fresco.

Ero seduto su di uno di nome Dino, finché questi da sotto mi disse: “E allora?” Allora scesi. Non lo conoscevo, sentivo che lo chiamavano, in continuazione. Vi salii infatti per smuoverlo, ma lui niente finché da sotto mi disse: “E allora?”. Allora scesi e lo lasciai carponi mentre da tutte le parti arrivava forte il richiamo: “Dino!” Me ne andai preoccupato, non fu facile lasciare quel campo di tensione.

Da lontano mi voltai e potei ancora vedere Dino carponi, le grida non si udivano, così Dino non sembrava resistere ad alcunché.

Improvvisamente l’albero poco distante, che con la sua chioma faceva ombra a Dino, si abbatté e cadendo su di lui, sulla sua schiena fece un gran fracasso ma non abbastanza da coprire le urla che tornai a sentire forti e nitide nonostante la distanza: “DINO!”