Boulevard – 8.

Di nuovo l’ombra, il riflesso, quel dannato fastidio. Mi voltai e dentro una Toyota ferma in coda accanto a me, uno dalla faccia italiana fumava guardandosi l’orologio. Non sembrava gli importasse dell’ora, piuttosto stava esaminando cassa, corona, quadrante e cinturino, alitando fumo nel suo abitacolo giapponese. Cercava una prova di esattezza, la risultante unica e giusta di un calcolo fine, ma quando si accorse di me e mi guardò era evidente che i suoi pensieri non erano attaccati a niente. Incagliato tra i denti piantati in quella mandibola idiota doveva esserci un pezzo di carne, era questo che stava cercando: una fastidiosa scoria della sera prima. Ad ogni modo non era lui la causa del mio fastidio. Bagliori sulle finestre alte del palazzo sull’altro lato della strada mi fecero scattare. Mi mossi in mezzo alla gente che aveva ripreso a camminare, guardai l’ora, mancava ormai poco, avevo quasi raggiunto il posto di lavoro ed ero già stanco, possibile? No, non era stanchezza. Mi ricordai di qualche anno addietro quando facevo ancora un certo effetto sulle femmine, c’era questa Geraldine che mi stava appresso si era fissata. Mi ricordo quando me la levai dalle scatole: – Dici che sono affascinante: le mie assenze, le improvvise sparizioni, sono affascinante quando mi defilo. Ma è solo prostatite, piccola. Sono solo un uomo con la prostatite. E ora perdonami. – Uscii dalla sua stanza e non mi corse più dietro.

Quando fosse finita quella faccenda sicuro mi sarei meritato un cesso come si deve.

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