Boulevard – 4.

La pistola rimase fredda nella fondina, e mi diede piacere sfiorarla. Era un vecchio trucco. Cacciarsi in un vicolo cieco per mettere allo scoperto chi ti sta alle calcagna. Ha sempre funzionato, fin dai tempi di Lione. Con Preverz allora ci capitò diverse volte, lavoravamo in due, davamo molto fastidio e c’era sempre qualcuno che ci fiatava sul collo. Ma noi facevamo le cose per bene e tenevamo conto di chi poteva volerci male, tanto per cominciare i fratelli Chasseur e la loro marmaglia di nani maledetti, piccoli violenti bastardi, nessuno di loro superava il metro e sessanta ma cristo come mordevano. Quella volta, la prima volta, – ma quanti anni sono passati? – li avevamo dietro, lo sapevamo lo sentivamo, potevamo quasi vederli ma quei dannati non si decidevano a saltar fuori. Ce li trascinammo fino alla Gare Saint Jacques in pieno pomeriggio. Un treno era appena arrivato e stava scendendo un putiferio di gente, le banchine si popolarono improvvisamente di uomini in abito e cappello, l’espressione dura, provata, pronta per la seconda parte di un incontro decisivo per superare il girone, nessuno di loro voleva essere eliminato, tanto meno Prevertz ed io, per altri versi. Tra loro qualche donna dalle linee ancora più taglienti, fredda, i capelli raccolti in foulard monocolore, nessuno straccio di fiore, ancheggiava trafiggendo il cemento con tacchi d’acciaio. Concentrata e decisa, quella fiumana si imbottigliò verso l’atrio degli arrivi travolgendoci nel suo flusso di fresco lana. Attendevamo la fine di quel torrente prendendo qualche spintone, qualche gomitata, e intanto risalivamo rasenti il convoglio fino all’ultima carrozza, e quando finalmente ci trovammo allo scoperto, ci voltammo a guardare le ultime schiene di quella coda ansiosa. I piccoli bastardi dei Chasseur erano là in mezzo, non dovevamo fare altro che aspettare.
Andò che li facemmo secchi, fu facile. Uscirono dalla bolgia come punti neri schiacciati da una femmina nervosa e li facemmo secchi. Mi dispiace forse per qualche schiena che ci andò di mezzo. Mi dispiace ora, allora non ci badai. Fu così facile, dannatamente facile.
Ecco, ora la faccenda era diversa: mi sentivo bruciare le spalle, bene, ma c’era qualcosa che… non sapevo da che parte mi sarei aspettato un’imboscata, quanti erano, chi erano, che diavolo volevano e questo mi stava facendo saltare i nervi. Avevo un incarico da portare a termine, mi serviva un cesso e c’era qualcosa che mi infastidiva. Allora mi cacciai in quel buco per creare quella che avevo chiamato una svolta forzata. Avevo battezzato così quel genere di manovra per spostare improvvisamente il corso degli eventi, dei miei eventi, una sorta di risettaggio che provocasse effetti sull’intorno, o sulla mia percezione, avrebbe fatto lo stesso. Perché alla fine accade quello che vuoi accada. E se non sai quello che vuoi reagisci a quello che vedi. Azione, sempre azione, altrimenti reazione. Ma in fretta, dovevo approfittare di quello schifo di cesso prima di morire.
I tre di sopra non avrebbero tardato a scendere, questo potevo saperlo come sapevo quanto può fare male il calcio della pistola picchiato in bocca, o un ginocchio spezzato o lo stomaco schiacciato da un bastardo di 90 chili come me. Sapevo tante cose. Aspettai. Senza che niente succedesse, senza rumore, alzai il ricevitore del telefono, un grasso e unto apparecchio di metallo appeso al muro come un cristo adiposo, tozzo, freddo, per niente santo. Vidi che funzionava e riappesi. Una risma di elenchi del telefono accatastata per terra aveva l’aspetto di un’enorme scorta di carta igienica, se ne stava lì, inutile e stracciata, probabilmente nessun numero corrispondeva più; la scansai con il piede e la pila si disfece. Continuai a farmi spazio sotto il telefono lavorando col piede sparpagliando sul pavimento lurido tutti quei vecchi tomi. Diedi un’occhiata al bagno, alla cima delle scale. Quegli idioti là sopra avrebbero dovuto darsi già da fare, invece niente. Così decisi che potevo prendermi altro tempo e tirai fuori dalla tasca interna della giacca il portafoglio, vi frugai in cerca di una tessera telefonica. Venne fuori il biglietto da visita dell’agenzia Preverz, immobili. Con quella maledetta luce verde e fioca come la vita di un uomo torturato per giorni e per niente, riuscii a stento a leggere sul retro del biglietto.

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