Frank!

Maledizione Frank – 30.

 

– Vedi Frank, quello che i nostri non vogliono capire è che la jungla non è un prato inglese, e allora non puoi trattarla come un prato inglese. Bacon? Quei ridicoli piani, quelle strategie che potevano valere contro dei barboni mezzovali non hanno senso in questa merda aggrovigliata, alta come il palazzo dei Lloyds. E allora che senso hanno…

– Capo, sono arrivati i tosaerba e le racchette capo. Fresche, fresche, dal quartier generale.

– Bastardo, sei un bastardo. Bastardo, bastardo, bastardo!

Aprimmo il bagagliaio della nostra vettura e lo vuotammo delle valige. Senza un filo d’ombra sotto il sole del primo pomeriggio, accompagnati da un certo silenzio mediterraneo, fu una faticaccia. I bagagli sulla ghiaia dell’albergo giacevano come relitti, asciutti, già vecchi e li guardammo come se avessero già assorbito e fatto evaporare in un istante tutto quello che avremmo vissuto in quella vacanza. Eravamo vecchi, secchi come certi rami capaci di frantumarsi tra le mani se li tieni senza più rispetto.

Frank!

Maledizione Frank – 29.

 

– Ed eccoti che ti ritrovo a giocherellare con quella merda. Razza di idiota. Ora io non so se c’è più cervello in una frittura d’Alba o nella tua fottuta testa cava. Deve esserci una maledetta umidità dentro quell’affare che ti porti sulle spalle perché i tuoi ragionamenti sanno di muffa, si sente da qui. Puzzi di muffa, bastardo e ci farai ammazzare tutti.

– Capo.

– Non dire niente. Quello che ti ci vuole è un bel buco, due: per fare corrente. Idiota che non sei altro. Posa quell’innesco.

– Capo.

– Posa quell’innesco. E pettinati.

– Capo, temo si stia confondendo, non.

– La vedi questa? Sai cos’è questa? Questa è la mia Folkner e te la sto puntando sulla tempia. Allora, ti faccio un po’ di aria? Vuoi che ti rinfreschi? Dì, hai caldo là dentro, c’è afa? Bastardo schifoso, lurido pattume in decomposizione. Ottuso cazzone, io ti sparo.

– Capo non è l’innesco, è il cerca-persone di Frank. È senza pile.

– Un cerca-persone?

– Sì capo, un cerca-persone. Senza pile, capo.

– Quello che vedo, fetente d’animale, è un cerca-persone senza Frank.

– Proprio così.

– E pettinati.

Irene Sfìnter morì in un lampo. Nessuno fece in tempo a raccontare la sua storia. Morì male, sebbene in un lampo. Può darsi che non soffrì ma, gesù, avreste dovuto vedere che roba. E nessuno ancora oggi è in grado di ricostruire gli anni di gloria di Irene Sfìnter, la sua vocazione, il suo lavoro e poi gli anni della crisi, gli ospedali, gli alberghi. Niente, non si sa niente. Ma, ragazzi, come se ne andò.

Riguardati Marta. Ora come ora fai schifo, te lo devo dire Marta. Cerca di riguardarti, fallo per te stessa prima di tutto, prenditi cura di te Marta. Curati i capezzoli, hanno l’aria di essere abbandonati. Sei unta intorno alla bocca, hai gli occhi spenti, sei curva, i capelli stoppa lurida appoggiata al cranio. Sei così miope da non vedere che stai andando in malora? E quello che mi fa più rabbia, Marta, è che ti trovi affascinante, interessante. Ma sei un cesso non lo capisci? Fai schifo Marta. Il collo è un fascio di tendini: lo allunghi, lo torci, lo ritrai. Ne fai grinze! Ecco quello che ne fai, una pelle grinzosa intorno a un fascio di tendini che regge una testa che è uno schifo. E parli, fai battute, sei convinta di essere attraente. Anzi, fai l’altera con chi pensi non ti meriti. Ma perché non ti riguardi? Guardati almeno una volta, specchiati, riconosci a te stessa che sei messa male. Non oso pensare al tuo inguine. Che sfacelo dev’essere. E hai il coraggio di fare battute, di essere spiritosa. Ti credi ammaliante ma Gesù, Marta, dovresti vederti.

Frank!

Maledizione Frank – 28.

 

– Stavamo aggrappati ai balyoma senza respirare, senza muovere un muscolo, senza sudare. A dodici metri dalle mine sparse dappertutto nella foresta, rovesciate come biglie dal secchiello di un piccolo bastardo, a centinaia; ce ne stavamo appesi lassù convinti che un fuoco di copertura avrebbe potuto risolvere quel pasticcio. Quando al maggiore Thompson venne l’idea di sgranocchiare qualcosa. Non lo disse chiaramente, ma tutti si accorsero di quell’idea dalla luce nei suoi occhi a mandorla. Il maggiore Thompson era mezzo asiatico e aveva quel taglio di occhi a mandorla per cui tutti gli asiatici vengono chiamati occhi a mandorla.

Fatto sta che quel bastardo del maggiore, sicuro, ci avrebbe messo nei guai. Fottute noccioline. L’improvvisa consapevolezza in tutti noi, l’anticipazione condivisa dell’assurdo crack-crack nelle nostre menti, l’arsura nel palato moltiplicata dal pensiero di quella poltiglia oleosa, quella merda di frutta secca triturata ci fece azzardare ad aggottare la fronte, ci prendemmo il rischio di grondare sudore. Il maggiore se ne accorse, ma pure circondato da fronti aggrottate, dalla minaccia di secrezioni cutanee, quel bastardo non fece una piega, slacciò la fondina della sua Folkner, posò la mano sul calcio della Folkner indugiò, si decise a sfilare la Folkner, fece per sfilarla, la sfilò ma ancora mezza nella fondina fu chiaro che sarebbe successo.

– Che cosa?

– Frank era lì, lo sapevamo. Lo sapevano tutti, anche se nessuno poteva giurare di conoscere la sua posizione, dire dove esattamente si trovava.

– E?

– Si sentì una marcetta gracchiare da lontano. Una vecchia marcetta. Sembrava provenire da un grammofono, tanto gracchiava. Su quelle vecchie note cadenzate, impertinenti un vento caldo alzò le foglie dal terreno e scoprì le maledette mine. Fu allora che grondammo insieme al fuoco di copertura e tutto quanto esplose, dall’alto e dal basso contemporaneamente.

– Cristo santo.

– Proprio così, il maggiore Thompson rimase con la sua Folkner del cazzo in mano, finalmente fuori dalla fondina e gridò. Gridò fino a sgolarsi. Quando quell’inferno finì guardammo tutti giù e l’insieme dei crateri lasciati dalle bombe, dalle mine esplose, visti così, dall’alto dove eravamo, quel disegno che sfigurava il terreno ci puoi giurare se non, cristo potrei saltare per aria ora se quel disegno non assomigliava a.

– A?

– Gimondi. Era il fottuto ritratto di Gimondi.

– Cristo santo. E Frank?

– Era lì, da qualche parte. Lo sapevamo tutti, anche se nessuno poteva giurare di conoscere la sua posizione.

– Accidenti, passami le arachidi.