Frank!

Maledizione Frank – 28.

 

– Stavamo aggrappati ai balyoma senza respirare, senza muovere un muscolo, senza sudare. A dodici metri dalle mine sparse dappertutto nella foresta, rovesciate come biglie dal secchiello di un piccolo bastardo, a centinaia; ce ne stavamo appesi lassù convinti che un fuoco di copertura avrebbe potuto risolvere quel pasticcio. Quando al maggiore Thompson venne l’idea di sgranocchiare qualcosa. Non lo disse chiaramente, ma tutti si accorsero di quell’idea dalla luce nei suoi occhi a mandorla. Il maggiore Thompson era mezzo asiatico e aveva quel taglio di occhi a mandorla per cui tutti gli asiatici vengono chiamati occhi a mandorla.

Fatto sta che quel bastardo del maggiore, sicuro, ci avrebbe messo nei guai. Fottute noccioline. L’improvvisa consapevolezza in tutti noi, l’anticipazione condivisa dell’assurdo crack-crack nelle nostre menti, l’arsura nel palato moltiplicata dal pensiero di quella poltiglia oleosa, quella merda di frutta secca triturata ci fece azzardare ad aggottare la fronte, ci prendemmo il rischio di grondare sudore. Il maggiore se ne accorse, ma pure circondato da fronti aggrottate, dalla minaccia di secrezioni cutanee, quel bastardo non fece una piega, slacciò la fondina della sua Folkner, posò la mano sul calcio della Folkner indugiò, si decise a sfilare la Folkner, fece per sfilarla, la sfilò ma ancora mezza nella fondina fu chiaro che sarebbe successo.

– Che cosa?

– Frank era lì, lo sapevamo. Lo sapevano tutti, anche se nessuno poteva giurare di conoscere la sua posizione, dire dove esattamente si trovava.

– E?

– Si sentì una marcetta gracchiare da lontano. Una vecchia marcetta. Sembrava provenire da un grammofono, tanto gracchiava. Su quelle vecchie note cadenzate, impertinenti un vento caldo alzò le foglie dal terreno e scoprì le maledette mine. Fu allora che grondammo insieme al fuoco di copertura e tutto quanto esplose, dall’alto e dal basso contemporaneamente.

– Cristo santo.

– Proprio così, il maggiore Thompson rimase con la sua Folkner del cazzo in mano, finalmente fuori dalla fondina e gridò. Gridò fino a sgolarsi. Quando quell’inferno finì guardammo tutti giù e l’insieme dei crateri lasciati dalle bombe, dalle mine esplose, visti così, dall’alto dove eravamo, quel disegno che sfigurava il terreno ci puoi giurare se non, cristo potrei saltare per aria ora se quel disegno non assomigliava a.

– A?

– Gimondi. Era il fottuto ritratto di Gimondi.

– Cristo santo. E Frank?

– Era lì, da qualche parte. Lo sapevamo tutti, anche se nessuno poteva giurare di conoscere la sua posizione.

– Accidenti, passami le arachidi.

12 commenti

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  1. Sono preoccupato per le previsioni.
    La bassa pressione su tutta la penisola indurrà molti a restare a letto o comunque sdraiati.
    Chi è sdraiato a bordo piscina di una villa in Sardegna aspetta il Martini dal cameriere.
    Chi è sdraiato in canottiera in piazza maggiore di fianco ai cani sdraiati sul plaid aspetta soldi da quelli che passano, ammirati dal suo rivoluzionario anticonformismo.
    Chi è sdraiato sul divano a domandarsi se votare non è altro che dichiarare un’altra volta la propria stupidità a finanziare qualcuno che non farà mai ciò che ti aspetteresti, magari farà esattamente l’opposto.
    Chi è sdraiato inutilmente sui binari aspettando che riparta l’Intercity bloccato da un guasto tecnico che
    costringe le ferrovie a sospendere il traffico su quel binario mantenendo in servizio solo quello parallelo.
    Chi è sdraiato nella vasca e prova a un certo punto a fare un’apnea sott’acqua contando fino a diecimilaventuno, senza fretta.
    Chi è sdraiato malato immobile ed è felice di sapere che se anche avesse voluto, anche stavolta le cose andranno diversamente da quello che ha sperato per una vita.
    La prossima, chissà.

    arc

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