Un sentiero sconosciuto del quale diffidavo sempre più a ogni svolta, a ogni cambio di piano, a ogni orizzonte negato, mi stava portando verso la Casa delle Serbe, stando almeno a quello che la mappa diceva. La mappa era diventata la guida, il talismano, la mano di dio, la sua gentile concessione a percorrere la giusta via nella consapevolezza di un cammino verso la meta. In realtà si trattava di un foglio di carta impossibile da ripiegare, zeppo di segni, per nulla maneggevole, quasi indecifrabile. Intuivo, ecco quello che riuscivo a fare; cercavo corrispondenze tra le cifre a due dimensioni e lo spazio intorno al volume che occupavo, lo spazio ancora estraneo e che di lì a poco avrei occupato. Lo spazio descritto dal sentiero di rocce, terra e germogli di quercia, dai filari d’alberi resinosi, polverosi, dal tetto di fronde nere, dalle nuvole di rovi che come banchi di nebbia a volte si inghiottivano la strada costringendomi a fendenti, a sanguinare. A trasformare. Trovavo corrispondenze, le creavo. Più mi avvicinavo alla Casa delle Serbe, più diffidavo e più mi trovavo costretto a creare corrispondenze. La mappa non parlava affatto chiaro, non mi stava aiutando, non distinguevo i colori, le trame, i punti, niente, così telefonai. Volevo prenotare un aliscafo per l’indomai. Ormai ero privo di scrupoli e mi attaccai al telefono, parlai con una signorina e le urlai tutta la mia insoddisfazione verso il servizio della sua compagnia, la svergognai, quasi pianse e ottenni la prenotazione. Decisi che fu un buon segnale quello che trasmisi e ricevetti. Avevo un posto per l’indomani. Avrei avuto ancora un posto. E ripresi il cammino.

Il soggetto di questa frase arriverà tra quattordici giorni ed io nel frattempo tratteggerò un quadro preciso della mia insofferenza verso le cabinovie, verso chi s’inginocchia sulle aiuole rosse, le febbri alte, i rimproveri dei frati. Lo faccio per voi, sicuramente, che capite certe cose.