Cute prevalentemente brasiliana con innesti della California
riveste maschio compatto, denaturato, in totale semilibrtà.

RENT A MAN
o quello che vi pare

Boulevard – 1.

Non mi sorprendo mai. Ci ho provato, una volta.

Svoltando di scatto, ho imboccando un corridoio a caso.

L’ho attraversato fino in fondo sorridendo, mascherando il mio terrore.

Ho aperto l’ultima porta e dietro ho trovato la mia camera da letto.

Ero lì che mi stavo aspettando complimentandomi per la mia puntualità.

S.L.

Devo orinare ma posso aspettare. Sono quasi anziano ma per gli anni che mi rimangono ancora, mi vanto di trattenere il piscio. Sputo: un vizio che non mi sono mai levato. Un tempo ci tenevo che non si notasse, ora me ne vanto. Per gli anni che mi rimangono, tendo a vantarmi di tutto. Sul boulevard ho lasciato tracce inequivocabili di me. Sono entrato in un negozio di lingerie solo per litigare con la commessa, ci ho passato una mezz’ora buona, si è messa a piangere. C’era una signora, quella anziana sì, non ha detto una parola ma mi guardava con disgusto. Tenevo in pugno un paio di culotte di seta beige, le stavo stritolando sotto il naso, ora della commessa, ora della vecchia e gridavo schiumando dagli angoli della bocca. Dovevo farmi notare bene, non dovevano dimenticarsi di me. Stavo costruendo il mio alibi.

– Vuoi dirmi che questa è seta? Vuoi dirmi che stiamo parlando di fottuta seta? – mi piaceva quella parte del lavoro, – piccola stracciaia, vuoi prendermi in giro? – La vecchia avrebbe voluto intervenire, era viola come la spilla conficcata nel bavero del suo trench blu cobalto. La piccola commessa mora, secca, dall’aria ignorante ma poco stupida non si azzardava a rispondere. Tremava sì, stava per crollare e alla fine crollò. Quando attaccò a piangere le sbattei in faccia le mutande e lasciai che la vecchia la consolasse. Uscii dal negozio, sputai dentro un cestino a tre metri da me, sotto gli occhi ammirati di un bambino, un bastardo di dieci anni. Dovevo orinare. Aspettai. Guardai l’ora, il cielo alto su Parigi, il fondo del boulevard, la morte e ripresi a camminare. Meno spedito. Ero lucido, ma un po’ infastidito e questo non va bene per chi fa un lavoro come il mio. Il viale stava per finire. Come tutta quella storia. Decisi all’improvviso di entrare in un bar. Due magrebini erano seduti a due tavoli separati, lo sguardo assente, altrove, di là da qualche duna in cartolina. Uno stava bevendo qualcosa di scuro con ghiaccio in un bicchiere a cilindro alto e snello. L’altro un caffè. Al banco un uomo con basette importanti ma quasi calvo armeggiava lento sforzandosi di ricordare qualcosa. Portava una camicia bianca a maniche corte, la portava da almeno una settimana considerando le macchie, le pieghe, l’aspetto logoro. Un braccio era tatuato, un pietoso coltello sbiadito, inciso con il dente di una forchetta, o qualcosa di altrettanto grossolano. C’era silenzio, dalle tubature murate da qualche parte arrivò lo scarico di un cesso. L’odore di caffè e piedi sporchi non creava un bell’ambiente, piuttosto un’atmosfera da ultimi massoni. Mi avvicinai al banco condividendo quel silenzio omertoso. I magrebini facevano di tutto per fingere di non vedermi.

– La chiave del bagno – ordinai. Il barista si ricordò improvvisamente di qualcosa, sicuramente del suo aspetto perché mi fissò con aria di sfida. – C’è un bagno in questo cesso? – raccolsi la sfida.

– Dabbasso, in fondo alle scale. Non c’è la chiave, – disse con l’aria di invitarmi in una trappola, potevo sentire il suo sorriso nascosto da qualche parte, come uno scorpione sotto un sasso. I magrebini parevano essersi svegliati, si mossero ma rimasero seduti.