Li guardavo da un po’, li avevo notati per i loro abiti. Non badai subito a quello che facevano ma osservai quei vestiti, parevano una divisa indossata sbagliata, fuori ordinanza. Grossomodo color cachi. E la sciarpa maròn, portata in quel modo apparentemente ricercato ma tuttavia così sempliciotto. Così biondi, così chiari era difficile non notarli sul fondo nero del muro. Nonostante l’aspetto di commilitoni, si trattava di civili. Gesticolavano con una mimica incomprensibile. Tenevano il braccio sinistro a piombo, la mano pesante scuoteva un importante mazzo di chiavi: macchine grosse. Lo muovevano a tratti, secondo impulsi in una sequenza che doveva dire qualcosa ma che non potevo capire; il palmo della destra si apriva e chiudeva ad altezza della fronte, il pollice puntato sulla tempia. Tutti e due erano leggermente inclinati in avanti, sfidanti ma non proprio nemici.

– Tu hai sbarellato, bello.

– No, tu sei sbarellato. Tu sei sbarellato sei tu che sei sbarellato.

Mentre uno parlava, l’altro girava il capo e guardava di lato, lontano, mostrandosi il più assente possibile, ma al suo turno ecco che si precipitava nella discussione con l’impeto di un legionario.

– Tu, bello. Tu hai sbarellato di brutto. Credi a me, bello. Tu hai proprio sbarellato.

– No tu, bello.

Li sentii andare avanti così fino a quando girai l’angolo, probabilmente continuarono per un altro pezzo.

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