Il maestro Rofo una mattina rimase a lungo ad osservare le ocalee del suo giardino. A una manciata di minuti prima di mezzodì, estrasse il falcetto da sotto il suo trench e decapitò corolle blu sostenendo la necessità del Curaçao nelle prime ore del meriggio. Studiai per anni quella lezione. Non fu facile con tutto quel blu, ma ancora oggi non mi capacito di quanto risi.

R. – 9.

 

Sentivo invece gli occhi della bionda su di me, ma era impossibile perché una discreta calca di invitati ridacchiava e parlottava tra di noi e vedevo perlopiù schiene e nuche. Notai in particolare le scapole di una donna bassa con i capelli corti, una sfumatura senza mezzi termini arenava sul collo nervoso, rigido, cervicaleo sotto al quale una cascata di vertebre precipitava nel canyon che si portava su quel corto, ridicolo dorso. La schiena non avrei detto fosse imperlata di gocce di rugiada, ma avrei parlato piuttosto di condensa, di patina di umidità, soprattutto nella convessità che preludeva a quei fianchi grossi a quel culo avvolto dal sudario nero che si era buttato addosso, scollato davanti e dietro da un pazzo depravato. Rideva scuotendosi, creando grinze dappertutto, ci stava dando dentro con il vino bianco e con un paio di maschi alti. Sarebbero stati tutti alti nella sua vita, per quello il collo così teso, sempre inarcato a cercare gli occhi degli uomini, fissarli e impensierirli e poi piangere da sola in un letto al buio.

– Chi stai guardando? La nana?

Alfonsìn mi sorprese ma avrei dovuto aspettarmelo. Alfonsìn faceva così, ormai lo sapevo, arrivava sempre alle spalle e ti sorprendeva fare qualcosa che non potevi giustificare immediatamente. Ma poi non ci badava e finiva per raccontare qualcosa di sé, che aveva appena fatto o a cui era scampato.

– Arrivo ora da Giulianova. Per poco non mi prendo la mononucleosi, – disse passando dal sorriso al circospetto in un tempo incalcolabile.

– Te la ricordi l’ultima trasferta? La bella signora dell’albergo? – mi chiese infine con malizia e una certa acquolina.

– Ancora?

– La figlia.

– Cristo santo, ma tu non sai quello che fai. Tu veramente.

– È vero e infatti per un pelo non mi becco quello schifo.

Li guardavo da un po’, li avevo notati per i loro abiti. Non badai subito a quello che facevano ma osservai quei vestiti, parevano una divisa indossata sbagliata, fuori ordinanza. Grossomodo color cachi. E la sciarpa maròn, portata in quel modo apparentemente ricercato ma tuttavia così sempliciotto. Così biondi, così chiari era difficile non notarli sul fondo nero del muro. Nonostante l’aspetto di commilitoni, si trattava di civili. Gesticolavano con una mimica incomprensibile. Tenevano il braccio sinistro a piombo, la mano pesante scuoteva un importante mazzo di chiavi: macchine grosse. Lo muovevano a tratti, secondo impulsi in una sequenza che doveva dire qualcosa ma che non potevo capire; il palmo della destra si apriva e chiudeva ad altezza della fronte, il pollice puntato sulla tempia. Tutti e due erano leggermente inclinati in avanti, sfidanti ma non proprio nemici.

– Tu hai sbarellato, bello.

– No, tu sei sbarellato. Tu sei sbarellato sei tu che sei sbarellato.

Mentre uno parlava, l’altro girava il capo e guardava di lato, lontano, mostrandosi il più assente possibile, ma al suo turno ecco che si precipitava nella discussione con l’impeto di un legionario.

– Tu, bello. Tu hai sbarellato di brutto. Credi a me, bello. Tu hai proprio sbarellato.

– No tu, bello.

Li sentii andare avanti così fino a quando girai l’angolo, probabilmente continuarono per un altro pezzo.

– Hai l’aria di esserti infilato in una situazione.
– Si vede molto?
– Certo non lo si può ignorare.
– Maledette erezioni.
– Dovresti provare dei maglioni più lunghi
– A Copacabana? Non essere ridicolo.
"Maledette erezioni spontanee.

– Mister Nenvis, le occorrono altri cedri?

– No, puoi andare Lèon, e già che ci sei porta via il cadavere di questa disgraziata.

– Molto bene Mister Nenvis. E, ancora niente? Se mi è permesso chiedere, nessun passo avanti con il suo esperimento?

– Purtroppo ancora no Lèon. Ma sento di essere vicino, terribilmente vicino. Se solo non morissero così rapidamente, queste, queste…

– Non si perda d’animo Mister Nenvis, sono sicuro che riuscirà. Ora si deve riposare. Vada pure, asciugo io. Sistemo la ragazza e ci penso io a ripulire tutto. Vada Mister Nenvis.

– Lèon mi chiedo come farei senza le tue premure, la tua comprensione, mi sento così solo. La scienza è così crudele con i suoi sacerdoti. Manifesta miraggi impossibili e noi con un solo camice dobbiamo costruire la strada e il miraggio stesso, per non dover dire ci siamo sbagliati. La strada era sbagliata e si trattava di una visione, un abbaglio. No, finché l’opera non sarà completa, finché non avremo edificato e nutrito la scienza di un nuovo orizzonte il nostro lavoro ci soverchierà come un macigno.

Lèon.

– Sì, Mister Nenvis?

– Asciuga bene. Il succo di cedro è così appiccicoso. Terribilmente appiccicoso.

– Non si preoccupi Mister Nenvis, ci penso io.

R. – 8.

Ero ancora attaccato al tavolo, indeciso su che cosa bere, che potei sentire uno scambio di battute tra due tizi che si contendevano una caraffa e quel poco di mandarino rimasto spremuto sul fondo insieme a scaglie di ghiaccio.

– Non sapevo niente di Vigevano.

– Ho visto un film. Una commedia. Con Tognazzi o qualcuno così. In effetti si parlava anche di scarpe ma non avevo capito. Finisci tu il mandarino?

Uno dei due era un dermatologo. Il dermatologo della nazionale femminile di pallanuoto. Aveva una faccia da schifo, un paio di baffetti appiccicati sulla pelle bianca, trasparente; venuzze azzurre e macchioline color caramello sparse per le gote marmoree e anche un po’ sulla fronte. Aveva le dita delle mani bianche, sottili, tornite, più fragili del manico della caraffa che stava reggendo ormai con una certa sofferenza, poiché nessuno dei due aveva ancora deciso chi la dovesse finire. Stava sudando da sotto la boscaglia castana che gli copriva la testa, una goccia già si avventurava sulla convessità della guancia molle. Capivo che quell’uomo poteva essere una minaccia per le verruche di quelle ragazze ma questo non gli impediva di accarezzar loro le braccia, i piedi, con metodo, periodicamente, privatamente. Guardai ancora il fondo arancione e torbido di quella caraffa e mi ricordai del sidro, ricordai che lo assaggiai una volta a Londra e mi piacque. Non mi capitò più di riprovarlo così dissi ai due ma con lo sguardo fisso sulla loro brocca di cristallo: – Alberto Sordi – lo dissi con dolcezza, non volevo offendere nessuno. Sorrisi, incrociai le loro espressioni interrogative, non dissero nulla e il medico specialista versò con decisione il succo nel bicchiere dell’altro. Che lo guardò a sua volta e lo ringraziò. Poi mi ignorarono. Sentivo invece gli occhi della bionda su di me, ma era impossibile perché una discreta calca di invitati ridacchiava e parlottava tra di noi e vedevo perlopiù schiene e nuche.