– Nome e grado.
– Soldato semplice Federico Croda! Signore!
– Reparto?
– Milito tra le file dei mitili.
– Cosa ci canta?
– “Patite di Epatite”
– Sentiamo.
 
Datemi una A
Datemi una B
Datemi una C
Senza dire niente vi
Debilitooo
Con qualche accertamento vi
Spavento-o
 
Nacchere
 
Non lo sapete ma
Voi patite di
Patite di Epatiteee!
 
Chitarra e nacchere
 
– Molto bene, lei sarà di stanza a Olbia fino a nuovo ordine.
– Grazie Signore!

Simone mi chiamava tutti i lunedì verso le sei. Un martedì invece lo vedo dal parrucchiere. Stava litigando con il garzone. Erano già le cinque. Tentai di salutarlo oltre i vetri del negozio. Lui era di spalle, il garzone di fronte. Dapprima questi mi parve avvilito, ma poi, quando Simone gli strappò la scopa dalle mani e gli sciupò il grembiule con un gesto della mano, il ragazzo alzò lo sguardo dritto nei suoi occhi. Non sentii affatto quello che disse. Tuttavia Simone si placò, si girò e si accorse della mia presenza, e io sorrisi.

Sono un cazzo di ingegnere. So molte cose, quasi tutto. Sono stimato, non tanto per quello che so ma per come ne parlo, e non parlo nemmeno molto. Sono circostanziato, sì, sono un cazzo di ingegnere circostanziato. Le donne con le palle qualche volta ci provano con me, ma non hanno palle sufficienti. Sono dure, sì, sanno qualche cosa, ma mai tutto quello che so io e arriva il momento in cui gettano la spugna, si arrendono. Per un attimo si umiliano e immediatamente mi odiano, poi si calmano, ci mettono un po’ ma poi si calmano e alla fine, molto, molto tempo dopo, mi commiserano. Io lo so, sono un ingegnere. Queste cose le calcolo.

Frank!

Maledizione Frank – 23.

 

– Frank stavo pensando al grande giorno, il giorno dell’attacco finale. Nessuno ne parla apertamente perché è roba che se ti sente soltanto un maggiore finisci a marcire in qualche merdosa prigione del Minnesota… Opera è nel Minnesota? Come se marcire qui sia affascinante, da far crepare d’invidia.

A ogni modo, ne sto parlando ora con te perché mi va, non c’è nessun altro e tu sei uno che sa tenere la bocca chiusa. A volte mi chiedo come fai. Ma il punto non è questo il punto è che dell’attacco tutti hanno un’idea. Un’idea personale, originale, intima. E provano a scambiarsela. Sai come andrà a finire questa storia? La storia dell’attacco? Beh, finirà che non se ne farà niente, staremo qui ancora per un bel pezzo, mentre la mononucleosi sarà ormai dilagata tra i reparti nelle linee più arretrate. Rammolliti, sognatori, pazzi dannati. Dobbiamo ritenerci fortunati a starcene qui inghiottiti dalla giungla, sappiamo che non possiamo commettere errori, e la mononucleosi è un grosso, grosso errore.

Sta per piovere, sono più di due settimane che va avanti così.

– Capo, le casacche sono tutte fuori, sono appese a un filo. Lo sapeva capo che durante l’attacco finale è proibito superare sulla destra?

– Tu, iperbole che sottace l’abisso del nulla, perché non ti lasci sopraffare da qualcosa di mortale e in due ore non te ne vai per sempre? Ti risparmio l’agonia se è questo che ti ferma. Perché?

– Capo, pensa che ce la faranno le nostre casacche? Sono appese a un filo.

Mantengo un contegno da fare schifo eppure la donna mi ama, mi sorride, mi abbraccia e stringe forte; col sorriso e gli occhi delicati su di me, sulla mia figura di stronzo irreprensibile. E io niente, giusto un cenno di commiato; con contegno, rigido, fermo. Me ne vado duro, duro. Stronzo che sono.

Certo che anche lei.