L’appuntamento – 5.

Il boia dietro al banco si mise al lavoro immediatamente, senza più badarmi. Così ne approfittai per andare a pagare, all’altra estremità. Mentre superavo tutti, buttai lo sguardo al mio tavolo dove era seduta la mia bionda. Com’era bella, cristo, com’era bella. A quella distanza potevo tranquillamente chiedermi cosa ci facesse insieme a me, non se ne sarebbe accorta. Che ci faceva? Cosa le avrei raccontato? Avrei saputo ascoltare, d’accordo, fino all’ultima parola, ma non aveva ancora cominciato e già voleva sapere di me, anche solo in superficie, tutti e due galleggiando su un materassino di chiacchiere e ogni tanto ridando rotta col palmo della mano. Ciascuno nel proprio mare. Voleva galleggiare insieme a me e io non avevo neanche un mare a disposizione. Li vendevo, finti, tanto tempo prima, e da ancora più tempo fingevo di averne uno. Stava diventando sempre più difficile, ma avevo un piano, avevo un residence. Un appartamento in un residence. Al terzo piano. Il mio piano.

Mi ero trasferito da qualche mese in una zona centrale della città, la conoscevo per esserci stato solo qualche sera, in un locale molto frequentato da hostess, steward, viaggiatori, stanziali e agenti. È lì che incontrai per la prima volta Geraldine, la bionda con cui, ora, cercavo di fare qualcosa. Il quartiere aveva due anime se non tre. Di notte, la rete di discoteche, lounge bar, ristoranti, cinema, teatri, edicolacce, costruiva la propria maglia fuori asse rispetto alla topografia urbana, e questo spiegava il caos agli incroci, lungo le strade, sui marciapiedi, nelle isole pedonali. Andavano tutti di traverso, cercando di raggiungere i punti di interesse lungo percorsi più retti possibile; sarebbero entrati e usciti dagli appartamenti ai primi piani se avessero potuto. C’era un bel via vai, non posso negarlo. Di giorno la città riprendeva il suo assetto, ricomponeva e irrigidiva le strade facendo passare autobus e tram lunghi e lenti, difficile che qualcuno potesse tagliare.

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