Maledizione, Frank – 1.

– Che facciamo capo?

– Fottiti merda dobbiamo uscire di qui io e Frank. Tu fottiti.

– Ma perché capo mi.

– Sei una merda. Frank invece è amabile. Frank versami del vino.

– Capo tu mi odi davvero.

– Cazzo di merda di faccia di cazzo. Procura della legna dobbiamo accendere  un fuoco di segnalazione. E poi sperare che… Frank il vino. Ma tu che ne puoi sapere di segnali. Tu sei una merda senza significato.

– Capo io non credo che. La legna.

– Non dire. Non figurarti, levati di mezzo. E dì a Frank di portarmi. Frank!

– Ok capo solo non. Volo capo.

– Frank! Dannazione Frank! Maledizione, maledetti tutti. Ma quando arriva la copertura aerea?

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Non credo a una parola di quello che dici, ti conosco, so dove puoi aver preso informazioni, so anche che è possibile tu non abbia preso alcuna informazione e ti stai inventando tutto, per cui risparmia il fiato, risparmia l’ossigeno, tra poco moriremo a ottomila metri. Non voglio sapere della cucina mediterranea, non inventarti niente, del cous cous tu non ne sai niente. Non ne hai mai sentito neanche parlare. Ora lasciami in pace, non mi convincerai. A ridosso di questa parete a meno trenta, pencolando nel vuoto, l’ossigeno è una rarità e tu non sei un collezionista e io parlo con i tucani in quattro lingue, mamma papà stanno bene, grazie, un altro e poi vado, arrivederci Alberto, il cane è morto, zia, zia abbassate la voce.

Mi vergogno degli alluci. Solo a dire alluci provo una profonda umiliazione. Le infradito sono una minaccia per me. Cosa dovrei fare? Strisciare i piedi sotto la sabbia calda, questo potrei fare. Ma siamo a Tortona e le cose non sono semplici.

Scorgo un microbico prato

Discendere sulla parete

Bianca com’era all’inizio

Della nostra vita insieme

Eri bella

Ora più non balli

Eri bella

Ora più non parli

Avevi gli occhi verdi

Ora non mi guardi

Ma ti ricordo bella

Ti ricordo bella

(La musica mettetela voi)

Fisionomie da pianerottolo

Riconosco un avvocato

Un laureato

Una madre odor di bucato

Una ragazza scende di corsa

Ci sorridiamo

Non ci siamo mai conosciuti

Mai stati così vicini

Per un attimo

Le fisionomie svaniscono

Per un attimo

Gli odori non sanno di dado

È giorno? È sera?

Una ragazza scende di corsa

Io risalgo sulla mia vita

Su, su, fino al settimo piano

Il Maestro Rofo soleva dormire su di un letto di rovi e trenini elettrici. Il Maestro si levava la mattina in orario, graffiato, e soleva dire: “Meglio un letto senza more che un letto senz’amore”

Allo sventurato discepolo che chiedeva: “E i trenini?”, il Maestro Rofo soleva levare forte una bastonata sull’inguine. E di questo io, state sicuri, ne risi, ne risi.

Il Maestro Rofo disse: “Per essere comici bisogna essere cattivi”

Risi.

Il Maestro Rofo disse: “Per essere dei bravi comici bisogna essere molto cattivi”, e si infilò un guanto.

Risi forte.

Il Maestro Rofo disse: “Per essere dei grandi comici bisogna essere molto, molto cattivi” e mi colpì in bocca.

Mi sganasciai.

L’appuntamento – 5.

Il boia dietro al banco si mise al lavoro immediatamente, senza più badarmi. Così ne approfittai per andare a pagare, all’altra estremità. Mentre superavo tutti, buttai lo sguardo al mio tavolo dove era seduta la mia bionda. Com’era bella, cristo, com’era bella. A quella distanza potevo tranquillamente chiedermi cosa ci facesse insieme a me, non se ne sarebbe accorta. Che ci faceva? Cosa le avrei raccontato? Avrei saputo ascoltare, d’accordo, fino all’ultima parola, ma non aveva ancora cominciato e già voleva sapere di me, anche solo in superficie, tutti e due galleggiando su un materassino di chiacchiere e ogni tanto ridando rotta col palmo della mano. Ciascuno nel proprio mare. Voleva galleggiare insieme a me e io non avevo neanche un mare a disposizione. Li vendevo, finti, tanto tempo prima, e da ancora più tempo fingevo di averne uno. Stava diventando sempre più difficile, ma avevo un piano, avevo un residence. Un appartamento in un residence. Al terzo piano. Il mio piano.

Mi ero trasferito da qualche mese in una zona centrale della città, la conoscevo per esserci stato solo qualche sera, in un locale molto frequentato da hostess, steward, viaggiatori, stanziali e agenti. È lì che incontrai per la prima volta Geraldine, la bionda con cui, ora, cercavo di fare qualcosa. Il quartiere aveva due anime se non tre. Di notte, la rete di discoteche, lounge bar, ristoranti, cinema, teatri, edicolacce, costruiva la propria maglia fuori asse rispetto alla topografia urbana, e questo spiegava il caos agli incroci, lungo le strade, sui marciapiedi, nelle isole pedonali. Andavano tutti di traverso, cercando di raggiungere i punti di interesse lungo percorsi più retti possibile; sarebbero entrati e usciti dagli appartamenti ai primi piani se avessero potuto. C’era un bel via vai, non posso negarlo. Di giorno la città riprendeva il suo assetto, ricomponeva e irrigidiva le strade facendo passare autobus e tram lunghi e lenti, difficile che qualcuno potesse tagliare.

Frank!

Maledizione Frank – 20.

 

Maledizione, stanno arrivando i caccia. Cristo, muovetevi voialtri, saranno sopra le nostre teste tra un attimo. Recuperate le mappe, la radio, il fon, munizioni, asciugamani, le cartoline, i secchi e tutto il resto.

– Capo, ho trovato questo

– Fa’ vedere, merda. Ma… è fondo tinta! è il fondo tinta di Frank! Ma dove?

– Era sotto i pennarelli. Proprio sotto, in fondo in fondo.

– Cristo. Ok, merda, vatti a sciacquare. Hai fatto un buon lavoro, ma ora levati dai piedi. Cristo. I pennarelli, come ho fatto a non.