Paul Niente

Detective – 3.

 

– Non baciarmi Paul. Ti prego. È troppo pericoloso per me. Innamorarmi. Dio, vorrei tanto. Paul. Vorrei che tutto questo. Paul, tesoro, tu.

– Io?

– …No. Nulla Paul. Non è niente

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Paul Niente

Detective – 2.

 

– Si è fatto tardi bambina. Ho tanta autostrada da fare. Mi devi capire. Non ti devi innervosire. Non avere paura bambina. Torno domani appena ho notizie di Clive ma tu non ti muovere di qui. Appena Clive mi chiama e mi dice che Deve e Jimmy hanno visto Don Rino entrare da McPolland insieme a George il nano, e Peter, Claude, Morris, Billy, Ennio e George lo storpio hanno dato segno di aver ricevuto il segnale, salto sull’auto e mi faccio tutta l’autostrada per te, bambina.

– Ma. …Paul?

– Sì bambina?

– No, niente.

Frank!

Maledizione Frank – 12.

Una colonna di fumo dritta come un fusto di Balyoma si avvitava verso il cielo arancione di una sera infinitamente asiatica. Zanzare. Anch’esse infinite. Immortali. Voli di caccia 555 erano niente, in confronto alle zanzare Pyu Pou. Erano capaci di dissanguare un bue in una notte.

– Capo ci aspetta una lunga notte asiatica

– Taci verme

– Vuole che le cambi le lenzuoline?

– Tu, sudicio animale. Vuoi vedere l’alba di domani? Vuoi sopravvivere fino a domani? Vuoi

– Dicevo perché

– Non spiegare, non ci provare nemmeno. Bestia. Piuttosto.

– Sì capo?

– Dai un giro al carillon. E spegni le luci. E vattene.

Facevo uso di brillantina tanti anni fa. Ne ho ancora una boccetta da qualche parte. L’ho conservata. Non so perché. A dire il vero fu l’ultimo flacone che comprai. Poi smisi lentamente di farne uso e rimase lì, nell’armadietto per tanto tempo. Un anno traslocai e me la portai dietro. Ma non entrò più in bagno finì in un ripostiglio insieme ad altra roba che immagino di conservare ancora. In quello scatolone c’è, ne sono sicuro, una maglia dell’Inter col numero otto. Ero poco più di un bambino, la portavo al campetto con orgoglio ma sotto, sotto mi sentivo un ladro, un farabutto, un ipocrita, al tempo non sapevo nemmeno cosa significasse. Questo perché in altri ambienti, quelli familiari, andavo dicendo che la mia squadra era il Milan. Il Milan. Viva il Milan. Come lo zio. Come i miei cugini. Tutti viva Milan. Ma mi piaceva l’azzurro, piuttosto del rosso. Il nero va con tutto e non c’era problema così mi feci regalare quella maglia. Il numero otto giuro non ho idea cosa volesse dire. Io correvo per tutto il campo, ogni tanto mi arrivava la palla e me ne sbarazzavo subito passandola a qualcuno più in gamba di me. Avevano maglie amaranto, in genere, questi in gamba.

Mio zio portava la brillantina e anni più tardi iniziai anch’io. Avere i capelli a posto mi avrebbe sistemato anche la coscienza. Pensavo questo della brillantina.

Le donne facevano finta di guardarmi. Allora ero già ragioniere e studiavo da commercialista. Mi guardavano sì, ma per finta. Ero moro, pieno d’illusioni, a cominciare dai capelli, giuravo che li avrei avuti per sempre. E invece. Mi è rimasta la brillantina, da qualche parte. Le donne si sono fatte anziane ma continuano a fingere. Sono, anzi, più brave.

RISTAMPA

Sono rimasto seduto vicino a un watusso il tempo necessario affinché diventasse biondo. Una mattina, mentre l’Africa si accendeva, gli parlai del mais. Gli spiegai tutto del mais. Annuiva e sorrideva. Era alto e nero, forte e fiero. Era bello. Mi concesse tutto, si compiacque perfino quando sottolineai: “Le cariossidi, riunite a maturità nel tutolo legnoso, assumono una colorazione variabile dal bianco al giallo”. Dopo tutto quel lume l’Africa tornava nera. Prima che ci addormentassimo il watusso emise un suono: “Deportami” e per un attimo sbiondì.

Ho dei pseudo mocassini piuttosto marroni, finché dura questo scarso venerdì. Quasi, quasi mi asciugo il pettine. Mi porto avanti con il lavoro arrancando fino a domenica. E questi pseudo gemelli qualcuno li ha adottati perché non è possibile che mi stiano così poco bene ai polsi. Per giove. Per nove. Ottantuno.