RISTAMPA

– Rimpianti?
– Avrei tanto voluto abbonarmi a Pigrizia

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– Scopiamo?

– Sei erotica come una buca delle lettere

– Beh, siamo qui per questo no?

– Sì.

– E allora? Scopiamo, no?

– Sì. No, aspettiamo un po’. Magari lecchiamoci prima.

– Vieni qui, vieni qui e affrancami.

Un futuro dove il bene e il male lasceranno il nostro pianeta Terra. Lasceranno tutto a metà. E gli uomini sapranno finalmente cosa fare, come farlo e perché. Sapranno scandire le loro azioni nel tempo, sapranno tutto. Parleranno improvvisamente, correntemente tutte le lingue, tutti i dialetti. Chiuderanno le gioiellerie. Apriranno molti bar. Non si dirà più “nel bene e nel male” ma cose come: “in Renania e in Lettonia” o: “nel frigo e nell’autosilo” oppure ancora: “nella frutta e nella verdura”. Ci sarà molto da fare e si farà.

Poi il bene e il male torneranno e gli uomini sapranno esattamente come comportarsi. Prenderanno tutti un cucchiaio da tè, lo alzeranno finché i raggi del sole non si abbatteranno sull’acciaio e rifletteranno con tanta forza da accecare i due sconosciuti. Così che bene e male se ne andranno di nuovo per sempre. Sbattendo sugli spigoli. E dicendo cose che gli uomini si rifiuteranno di ascoltare. Anche le donne.

– Ebbene dottor Calatrava, insista pure sulla tecnica omicida, questo non spiegherà nulla riguardo il movente. E senza un movente rimaniamo molto lontani anche solo dall’abbozzare un profilo dell’assassino.

– Mio caro dottor Calimani, l’uso di un fioretto e una stoccata precisa, come solo un atleta professionista è in grado di portare, possono avvicinarci molto invece, non crede?

Il telefono nello studio del dottor Calimani suonò inaspettatamente e interruppe quel singolare incontro congelando la tensione dei due come succede ai pugili che, bloccati dal gong vanno a rannicchiarsi ciascuno al proprio angolo, e soccorsi dai secondi, fingono di rilassarsi. Il dottor Calimani dopo qualche squillo alzò la cornetta mantenendo lo sguardo sul suo collega.

– Pronto? – seguì un silenzio durante il quale, lentamente, il dottore si girò voltando le spalle allo studio e all’ospite. Il quale ne approfittò per scrollare le braccia lungo i fianchi alleggerendo un poco il peso del cappotto sulle spalle. Non fu un gran sollievo. Decise così di avventurare lo sguardo verso il pavimento, là dove poggiavano i suoi piedi, e scoprire dove, infine, sarebbe andato a scaricarsi tutto quel peso. Vide molto linoleum e sobbalzò. Per non perdere l’equilibrio si incamminò verso la libreria, puntando ai liquori sullo scaffale centrale, assediati dai libri di criminologia del dottor Calimani. Si girò verso il telefono, trovò la schiena del collega. Il dottor Calimani si voltò e acconsentì senza parlare, senza neanche guardare, tutta l’attenzione era rivolta alla voce all’altro capo della cornetta. Calatrava cercò del Porto, lo trovò, si riempì un bicchierino, ne bevve un sorso ed ebbe caldo. Ancora però non si decise a spogliarsi del suo pastrano.

Il dottor Calimani prese ad annuire e a bofonchiare dall’angolo dello studio ma ora lo sguardo andava in tutte le direzioni, evitando accuratamente Calatrava, fino a che egli non riattaccò.

– Mi dispiace ma debbo interrompere la nostra disquisizione che per altro rischierebbe di farci vedere l’alba senza alcun risultato utile all’indagine. Solo stanchezza -, disse Calimani. – Mi fa piacere che apprezzi il mio Porto – aggiunse avvicinandosi al centro della stanza.

– Ci sono novità? – fece Calatrava rigirando il bicchiere tra le dita.

– Qualcosa, ma non credo che al momento si possa inquadrare con senso tra gli elementi che abbiamo raccolto fin qui.

– Di che si tratta?

– Finisca il suo Porto. Ne riparleremo domattina. Ho bisogno di riflettere. Le assicuro che non ha nulla a che vedere con la scherma, come immagino lei speri. Ma non ha caldo?

– Lasci perdere il caldo. Non ho intenzione di rimanere un minuto più del necessario ma vorrei andarmene da qui con qualcosa su cui riflettere anch’io, se non le spiace. – Calatrava inarcò il capo e scolò l’ultimo goccio ascoltando le cervicali scricchiolare, poi andò a posare con fermezza il bicchiere sul tavolo, vicino al telefono e vide le foto delle vittime. Immagini che conosceva bene.

– Il mio uomo mi ha appena informato che -, disse con calma Calimani, – è probabile si sia aggiunta una quarta vittima. – I l dottor Calatrava aveva in mano le foto delle prime tre. Due donne e un giovane uomo, poco più che un ragazzo, tutti e tre supini, vestiti, macchiati di rosso all’altezza del cuore, lo sguardo intrappolato dall’orrore, gli occhi spalancati e morti.

– Non aggiunga altro – Calatrava strinse le immagini macabre e le sventolò sotto il naso di Calimani poi le ributtò sul tavolo facendo attenzione che si distribuissero e si vedessero bene e, tenendo un dito puntato su di esse, fissando il suo avversario, continuò: – Proverò a dimostrare la mia tesi. Se è corretta le dirò chi è stato ucciso. Lei sostiene anche che l’elemento di cui parla il suo informatore non abbia a che vedere con la scherma? Ebbene dimostrerò anche questo, ovvero il contrario e cioè che c’entra eccome. Solo sarà meglio togliermi quest’affare – si slacciò il cappotto e ne uscì come si esce da una cabina armadio: soddisfatto; per il solo fatto di possedere una cabina armadio.

– Dunque, come le è noto…

Il dottor Calatrava ridisegnò i delitti con pennellate decise. Ancora una volta. Andò veloce sugli aspetti che aveva giudicato fino a quel momento non rilevanti e si soffermò sui particolari che gli davano tormento perché era sicuro che tra quelli si trovava la chiave per capire. Cercava i frammenti che messi insieme lo avrebbero portato dritto all’omicida. La prima ad essere stata uccisa, trafitta al cuore da una punta affilata, sottile, e insolitamente lunga, era stata una donna nella sua abitazione alla periferia nord della città, un quartiere circondato da rotaie, depositi di vecchi mezzi pubblici e terreni agricoli abbandonati.

– … L’orrore nei suoi occhi. Che mostro deve avere visto portarle la morte? –  esclamò infuriato Calatrava, – un mostro così non può andarsene in giro a volto scoperto non crede? – La donna era stata trovata in cucina tra un caos di piatti, cibi, bottiglie e vetri rotti che lasciavano immaginare una patetica colluttazione. Tra gli oggetti rinvenuti c’era anche un dagherrotipo una “s” minuscola. La seconda vittima, sempre una donna, più anziana, sui sessanta: stessa morte, stesso colpo al cuore ma niente caos. Un alone rubino sul petto le donava come una spilla preziosa appuntata con eleganza e pudore. Il vestito chiaro, piuttosto, era profanato dal fango della pozza in cui giaceva la poveretta. Sempre periferia ma a sud. Accanto al cadavere poco distante, sul prato di nessuno, tra due palazzi alti e intonacati, un rullo di uno schiacciasassi arenato chissà da quanto completamente rivestito da graffiti, caratteri incomprensibili. – Qui la scena è all’aperto, ci saremmo aspettati dei testimoni e invece niente – Calatrava allargò le braccia spazientito, – nessuno tra tutti gli abitanti del quartieri ha visto niente.

Infine il giovane trovato nel magazzino della cartiera dove lavorava. Questa volta nell’est-hinterland. Oltre al petto trapassato con precisione più olimpionica che chirurgica, aveva le ossa della schiena spezzate per essere caduto dalla balaustra sui pancali, tra risme di carta e cartoncini pesanti.

– Ora, non le sembra abbastanza per avere un ritratto dell’assassino?

Calimani avrebbe voluto reagire, rispondere che anche se avesse avuto in mano la sua foto tessera non avrebbe avuto alcuna soddisfazione, finché non fosse riuscito ad andare oltre una semplice fisionomia, un volto qualunque. Calimani desiderava ben altro che tratti somatici. Altro che particolari, dagherrotipi, rulli, risme.

– E dunque l’elemento che il suo informatore ha citato è… – riprese Calatrava, ma non fece in tempo a finire che un tonfo all’esterno della porta d’ingresso gelò ancora una volta la tensione nella stanza.

– Cosa può essere? – chiese Calatrava.

– Non so. Che ora s’è fatta? – fece Calimani avvicinandosi alla maniglia della porta.

– È tardi. O se preferisce è presto – disse Calatrava guardando l’orologio, – le congetture come temevo ci hanno portato l’alba.

Calimani aprì, la giovane luce del mattino rischiarava il pianerottolo e una copia del giornale fresco di stampa ai piedi della porta. Sulla prima pagina la notizia dell’arresto del killer costituitosi dopo il quarto tentativo di omicidio. Accanto alla foto la confessione. Calimani si chiuse la porta alle spalle, il capo chino sul quotidiano e lesse:

 

[…] Mi sentivo falso. Non ricordo neanche di avere mai vinto un incontro. Falso e perdente. Mi sentivo così sporco dentro quel costume bianco. Tutta colpa di quella maledetta maschera. Era come se mentissi, come se nascondessi qualcosa: la mia faccia, le mie vere intenzioni. Ma non all’avversario, perché questo, casomai, sarebbe stato un bene. Le nascondevo a me stesso così non sapevo mai come avrei agito, cosa avrei fatto, Come avrei potuto vincere? […]

 

– Qual’era l’elemento dottor Calatrava? – chiese il dottor Calimani completamente arreso.

– Inchiostro, dottore, inchiostro da stampa.

– È tutto?
– Un’ultima cosa. Si ricordi: un muro tra Est e Ovest può diventare un ponte tra Nord e Sud. Se lo ricordi, cardinale.
– Ma cosa crede di dimostrare? Vede, il buon Dio nella sua infinita misericordia potrà avere pietà di lei ma non conti su di me. Ora lei morirà. La sua carne morirà, la sua anima morirà. Il ricordo di lei morirà. L’eco delle sue urla morirà.
– Io di lei mi ricorderò, non dubiti mai di questo. L’aspetto, cardinale. Arrivederci.