Miss Potter, mi allunga quel cacciavite per cortesia? Quello a stella, sì. Lo sa che lei ha degli occhi che brillano? Anche con questa poca luce. Grazie. Abbiamo quasi finito con il suo lampadario. Ecco fatto. Ora possiamo riattaccare la corrente. Ha davvero dei bellissimi occhi. Peccato. Un vero peccato che sia storpia. Ma diamine che occhi.

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Il suo accento inglese gorgogliava annegando espressioni profonde e misteriose. Stentavo a credergli non perché non mi fidassi ma per tutto quell’alone di mistero. Citava l’India in continuazione. A proposito della lana, della seta, dell’acrilico. Anche il fiato di malto non lo giudicavo del tutto un buon segno. Così verso le quattro con una scusa mi allontanai, raggiunsi un salone e telefonai a un taxi, quando tornai di là molti degli invitati si erano radunati intorno al pianoforte. Le prime note, accerchiate, uscirono chiedendo permesso. Una volta aperto il varco Wagner fece irruzione e si impadronì di tutto. Il mio uomo era solo e incerto davanti al tavolo dei liquori. Una mano posata, le nocche sulla tovaglia, l’altra a piombo gli tendeva il braccio verso il pavimento. Lo sguardo toccava le bottiglie come le mazzuole di un xilofono. Ancora non si era arrestato che gli fui vicino e suggerii la soluzione: – Bourbon.

– Lei crede? – rispose senza smettere di suonare con gli occhi.

– E poi una schizzatina di gin -, affondai con eleganza.

Wagner si intromise quando il mio uomo si voltò e incrociò il mio sguardo.

– Le ho mai detto di Bombay? – Disse, ma non sembrava voler proprio cambiare discorso. Un altro dei suoi aneddoti legava Bombay al Bourbon o al gin. Prima di continuare tossì, evocando del catarro che deglutì dopo un istante, mentre pensava all’aggancio. E fu uno stacco d’orchestra: tirò su col naso rianimò il braccio morto sul fianco, afferrò una bottiglia di Sherry, svitò il tappo con il pollice di una mano mentre con l’altra, che mi era sembrata solo nocche, già reggeva elegante un bicchiere strappato al volo dal tavolo, versò e riposò la bottiglia. Wagner ora annuiva in silenzio ad occhi chiusi. Guardai il tappo lasciato sul campo immacolato. Lo giudicai un buon soldato che aveva fatto il suo dovere. Dal pianoforte scoppiò un applauso.

– La stanno chiamando, credo – disse facendo un cenno col capo.

Mi girai verso il pianoforte e vidi un uomo in uniforme farsi largo. Era il tassista. Sembrava nervoso, ma nessuno gli badava. Si stava avvicinando.

– Tornando a Bombay -, continuò il mio uomo, e bevve un sorso.

– Lasci andare -, dissi, – la chiamerò domattina.

Mi girai e andai incontro al tassista, gli impedii di parlare e mi feci seguire fuori. Faceva freddo ma soprattutto c’era silenzio e la cosa mi dava fastidio.

– Tu -, fece per dire finalmente l’uomo in uniforme che ora poteva mettere il naso fuori da quel travestimento.

– Non fiatare e portami a casa, Marcelo.

Il mio uomo, il mio vero uomo mi portò a casa.

– Dobbiamo niente al cameriere Milly?

– No, è tutto compreso nel conto io però non mi ritengo soddisfatto.

– Milly? Non hai gradito il dessert? Il pollo in gelatina? Cosa Milly?

– Parlo del servizio. Hai notato? I camerieri portano tutti camicie senza maniche. E hanno quell’odore di pasta lavamani. Sembrano piuttosto ascensoristi. Pare lavorino a un guasto meccanico, si muovono intorno ai tavoli con una risolutezza che insospettisce, fa pensare che il peggio debba ancora arrivare. E poi maneggiano le posate come fossero cacciaviti e chiavi inglesi.

– Tu esageri Milly, ma sulle chiavi non ti do torto, dentro la zuppa ne ho trovata una.

– Lo vedi?

– Usciamo Milly, prendiamo i cappotti e usciamo.

RISTAMPA

Carmelo non riuscì mai ad avere ragione. Fuggito, piuttosto che emigrato, giunse a Milano senza valigia nel bel mezzo degli anni sessanta. Allora aveva poco più di vent’anni. E fu proprio il boom economico a salvarlo da quello della lupara di Don Bastiano. Don Bastiano di Calatafimi, che per indole e per nome non voleva mai essere contrariato, per poco non lo uccise con le proprie mani quando lo vide, Carmelo, in giardino accarezzare sua figlia e dirle: “Nunzia, tuo padre si sbaglia di grosso”. Don Bastiano, all’ultimo, preferì la lupara e sparò, ma sbagliò. “Hai visto Nunzia?” Furono le ultime parole che Carmelo pronunciò nell’isola a tre punte. Corse verso Nord, in quella Milano dove altre tre punte fino a qualche anno prima avevano dato orgoglio e lustro alla squadra di calcio rossonera, il Milan di Gren, Nordahl e Liedholm. Carmelo però ci rimase molto male quando scoprì che un’altra formazione giocava al posto di quella che da anni conosceva a memoria. Questo Rivera, chi era? Carmelo scoprì che il suo fu un viaggio nel tempo più che attraverso l’Italia. In principio questo lo tranquillizzò: “Don Bastiano non saprà mai né dove sono né quando sono”. In seguito si rese conto che doveva assolutamente colmare le sue lacune sull’attualità per rimanere sempre un passo avanti. Così Carmelo si mise a leggere voracemente i giornali che a Milano arrivavano tutti i giorni, anche più volte al giorno, e parlavano perfino della sua Sicilia. Carmelo, è vero, sapeva leggere e questo gli diede qualche vantaggio rispetto a suoi conterranei in cerca di lavoro e di avvenire. Trovò un posto come fattorino al “Corriere della Sera” e lesse tutto. Era davvero affascinato dalla quantità di notizie che arrivavano in continuazione da ogni angolo del mondo. Quelle che erano solo intuizioni di un giovane intelligente e che gli avevano dato il coraggio di contrariare don Bastiano ora trovavano avvallo e riscontro dai grandi avvenimenti internazionali, in particolare dalla rivoluzionaria, corale, planetaria contestazione giovanile. "Io lo sapevo che Don Bastiano aveva torto. Se solo Nunzia fosse qui a vedere con i suoi occhi. Quanta ragione mi darebbe.
Carmelo si informò e controinformò nei decenni che seguirono. Fece anche una certa strada nel campo della comunicazione. Negli anni ’90 da fattorino al Corriere divenne usciere della RAI. Smise di leggere quotidiani e si attaccò alla televisione che col tempo divenne per lui la più grande fonte di informazioni. Con la sua voracità e desiderio di conoscenza non gli bastarono delle analisi superficiali. Si era persuaso che dietro le notizie ufficiali, dietro qualsiasi programma di varietà o documentario ci fossero infiniti messaggi nascosti, sovrapposti tra loro, intrecciati, antitetici, paralleli, speculari. Rivera chi era veramente? Cosa ci faceva ora in parlamento? E cosa lo aveva spinto a giocare a pallone trent’anni prima? Carmelo si sentiva sempre a un passo dallo svelare il senso della storia, dall’avere la conferma assoluta alle sue intuizioni. Trovava tracce ovunque ma le prove finivano sempre per dissolversi lasciando un poco di residuo che costituiva l’ennesimo spunto per continuare a rovistare nei palinsesti televisivi. Si illuminava con Blob, un programma di approfondimento, secondo Carmelo. Durante quel quarto d’ora di collage di brani televisivi rimontati commentava su ogni taglio: "E infatti" oppure: "Dicevo io". 
Tuttavia, con gli anni la storia d’Italia si complicava sempre di più e quando il presidente del Milan diventò capo del Governo Carmelo non resse ai nuovi, inquietanti interrogativi sulla figura di Gianni Rivera e si suicidò.