Italiano, così si chiamava. Classe 1938. Nato ad Addis Abeba.Da bambino per lui tutto il mondo fu un’unica, immensa spiaggia su cui correre e giocare. Rideva tanto, con i piedini sprofondati nella sabbia calda. Intorno, lontano c’erano quei buffi animali che camminavano lungo il dorso delle dune, sempre carichi di fagotti e di uomini con vestiti pieni di colori, che li guidavano chissà verso dove. Con i suoi occhi chiari Italiano spesso incrociava lo sguardo azzurro del mare che sembrava vegliare su di lui. Era il suo grande amico e gli regalava sempre un sorriso. Mamma e papà sorridevano anch’essi, orgogliosi della gioia di loro figlio, nato in quella terra dorata che sembrava essere stata conquistata solo per loro. L’avevano chiamato Italiano, in onore della loro amata patria, quasi volessero apporre un sacro sigillo ad un’era di felicità che avrebbero vissuto insieme per sempre. Ingenuo sogno d’impero.

Quando i prepotenti aereoplani cominciarono a sporcare il grande foglio da disegno che era quel cielo bianco, Italiano non comprese. La matita dei suoi sogni si spezzò e da allora fu sempre più difficile, impossibile comprendere. Nei divertimenti innocenti con mamma e papà c’era sempre un premio alla fine, un sorriso, ed era un premio per tutti e tre. Ma ora di quel nuovo gioco aveva una gran paura e davvero non lo capiva. Dovevano scappare, questo sì, mentre il grande mondo di sabbia si incendiava e il fumo nero cancellava tutti i colori della sua giovane vita.

Persero tutto. L’Italia perse e dovette staccare il proprio sigillo Italiano e riporlo da qualche parte al buio. Così si sentiva alla fine della guerra mentre tornava in patria, penisola dalla quale in effetti non era mai partito ma di cui pensava di conoscere tutte le glorie. Italiano in Italia, un frammento di ceralacca che non avrebbe mai più apposto valore.

Appena sbarcati fu però enorme la sorpresa quando vide un paese in festa, sì lacerato e ancora fumante per le orribili battaglie, ma vincitore. Abbiamo vinto o abbiamo perso? Si chiedeva. Lo chiese anche a papà e mamma che però da tempo ormai non rispondevano più e avevano smesso di sorridere.

Negli anni che seguirono Italiano crebbe per inerzia, senza risposte. Si ricordava di quelle piante che riuscivano a vivere sotto il sole di quando era bambino, senza che piovesse mai. Finché un giorno smise di farsi domande e decise di mettersi al sicuro sotto una campana di vetro. Una modesta, quadrata campana di vetro, fuori dalla quale passavano, andavano e tornavano gli inquilini del palazzo di cui era portiere. Un palazzo senza valore, naturalmente.

Italiano era diventato un uomo ma del bambino d’oro gli era rimasta la voce, un falsetto appena compromesso dalle sigarette nazionali. I suoi occhi azzurri riflettevano ancora il mare, il suo grande amico di infanzia di cui ogni tanto tanto affiorava qualche goccia. Dentro il suo giaccone color sabbia, guardava lontano sentendosi al caldo e felice quando usciva appena fuori il portone sul marciapiede per fumare, o nelle buie e fredde mattine d’inverno mentre preparava i sacchi neri per la raccolta dell’immondizia.

C’era sempre qualcuno che la domenica, di ritorno dal week-end passato fuori città col proposito ossessivo di stare lontano da tutto, incrociandolo gli chiedeva: Cosa ha fatto il Milan? O la Roma, o la Juve. Italiano non sapeva cosa rispondere ma sorrideva ricordando mamma, papà e i premi per tutti nei giochi di quando era bambino. Non gli entravano in testa i risultati delle partite di calcio. Per tutta la vita non avrebbe più capito chi avesse vinto oppure perso.

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Enrico mi faceva soffrire. Amava le uova e mi faceva soffrire. Un giorno se ne tornò con un cartone pieno. Quando gli chiesi conto e gli dissi “Enrico” lui era già in fondo al corridoio che girava nella stanza. Lo raggiunsi in un baleno ma il cartone era già sparito. Gli ridissi “Enrico”. Allora lui mi strinse le mani e me le ruppe. Me le ruppe alla coque.