– Parli inglese?

– A sproposito.

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Me ne sto qui, sola. Tra le mani un origami. Ferma con l’origami, immobile con l’origami e penso a Marsiglia. Non mi muovo. Un’eternità. Guardo l’origami e vedo Marsiglia. Guardo meglio e non è Marsiglia. E’ La Spezia.

– Non c’era un tappeto qui?

Sulla soglia del salone di casa, Mister Bennett rifletteva ad alta voce posando lo sguardo ora sul pavimento in faggio, ora sul pesante arredo della stanza. Quella mattina George Bennet si era alzato piuttosto in forma. Non gli succedeva da tanto tempo, anzi, non ricordava di essersi sentito mai così bene. Era arrivato dabbasso in veste da camera saltellando sulle scale. Con i suoi cinquantaquattro anni portati male, vissuti senza scatti, senza sforzi, senza reazioni, quel passo lo rendeva più ridicolo che penoso, come si sarebbe detto invece di lui. Al suo risveglio si era ritrovato in faccia un sorriso invadente, immotivato, ma non potè fare a meno di tenerselo poiché si sentiva abbracciato da qualcosa che aveva a che fare con la gioia: uno stato dell’animo di cui aveva letto e sentito raramente parlare. Tuttavia quel goffo sorriso durò poco, si sciupò subito di fronte alla vista della sala. In apparenza, infatti, sembrava tutto al proprio posto come era da sempre. Lungo il lato sinistro l’enorme libreria imprigionava un’infinità di volumi incollati tra loro. Era una parete di libri. Tutti quelli che avevano accompagnato la vita di Mister Bennett e che adesso voltavano con ostinazione il dorso scolorito a una coppia di quadri appesi alla parete di fronte. Un tempo quelle tele rappresentavano vivaci scene di caccia con cavalieri e mute di cani sotto il sole splendente di metà mattina. Ma con gli anni, senza che nessuno se ne fosse  reso conto, una notte densa era colata come pece sugli oli brillanti delle divise rosse, dei cavalli bianchi e ambrati, eleganti nella loro corsa tra il verde del bosco. E verde era stata in origine anche la tappezzeria con i suoi motivi floreali, prima che soffocassero piano piano, sotto un pesante alone grigio. Al centro della sala stava il tavolino basso, inchiodato da un eterno scacco combinato da poltrona e divano. Mentre là dove avrebbe dovuto esserci un tappeto, il parquet nudo dava un’imbarazzante mostra di sé.

Mister Bennett era confuso e quasi si spaventò quando il maggiordomo Evelyn, sopraggiunto in quel momento alle sue spalle, disse con un incredibile accento del nord:

– Signore,  si è già svegliato signore?

– Oh Evelyn, mi hai fatto quasi paura.

– Sono desolato signore. Vuole che le prepari la colazione?

– E’ una buona idea Evelyn. Ho un certo appetito stamattina.

– Infatti la trovo piuttosto in forma. Energico, se mi è permesso dire.

– Ti ringrazio Evelyn. Ma dimmi, non c’era sempre stato un tappeto nel salone?

– Questo fino a ieri, signore.

Il vecchio maggiordomo lasciò George Bennet ancora più disorientato.

 Evelyn era l’ultimo di una dinastia di servitori ed era cresciuto in quella casa. Per George fino a una certa età fu addirittura una sorta di fratello maggiore  Durò fino a poco tempo dopo la morte del padre di George, quando inizò per tutti e due una vita governata da una madre-padrona rigida e implacabile.

George si decise dunque a entrare in sala per rendersi meglio conto. Mentre ispezionava la stanza le assi sotto i suoi piedi si lamentavano debolmente.

– Eppure mi sembra tutto in ordine -, disse stringendosi un poco la cintura della vestaglia di lana. Si trovava ora al centro delle quattro pareti e dopo un lento giro su sè stesso si fermò di fronte ai due quadri. Con le mani macchiate di efelidi, increspate dagli anni, stringeva indolente i baveri della veste. L’arguzia nello sguardo, che gli aveva permesso di notare il particolare del tappeto mancante, si era già dileguata, cacciata da una mente piccola e  inospitale.

– I quadri che tanto piacciono a mamma -, disse con un sorriso rinnovato.

– Non so cosa abbiano di speciale in fondo -, proseguì tra sè, – con quei colori così chiassosi. Non sono mai riuscito a capire se la volpe la farà franca o meno. Io sono sempre stato dalla sua parte e mi piace pensare che se la caverà.

Mentre mamma adora i cacciatori nelle loro splendide divise. Rigidi, e belli, concentrati e severi. Invece cavalli e cani sono per lei soltanto uno strumento e vanno usati per quello che servono. Senza riguardo al loro bel manto.

In quel momento suonò il campanello e poiché Evelyn era indaffarato in cucina e visto che lui si trovava a pochi passi dalla porta di casa, Mister Bennett andò ad aprire personalmente. Trovò il giovane agente Dawson, figlio del vecchio Dawson che era andato finalmente in pensione dopo aver pattugliato per anni il quartiere ai bordi della campagna in cui abitavano anche i Bennett. In quella splendida mattina la sagoma del poliziotto alto e robusto eclissava il sole che si era finalmente deciso ad uscire dopo una settimana intera di pioggia.

– Agente Dawson Junior -, disse con confidenza George.

– Mister Bennett, buongiorno, mi perdoni il disturbo.

– Ma ti immagini, Alfred, prego accomodati. Cosa ti porta qui? – disse invitando a entrare. Dawson rimase sorpreso da quella cordialità, fin da bambino aveva sempre visto il signor Bennet come un triste e inutile adulto.

– Oh, non è necessario -, rispose, – non vorrei sporcarle il pavimento, ho gli stivali piuttosto infangati, con tutta la pioggia che è scesa in questi giorni. Sono venuto a chiederle se… Vede, qualcuno solo stamattina è riuscito a prendere la linea e a telefonare in centrale.

– Ebbene?

– Pare che ieri sera, da queste parti, si siano sentite delle grida. Di donna. Lei non si è accorto di niente?

– Non mi pare. A essere sincero non ricordo bene. Credo di essere andato a letto presto con una forte emicrania. Sì, rammento di un gran mal di testa. Ma delle grida non saprei dirti, Alfred. Stamattina però mi sento molto meglio. C’è solo questo fatto che non mi spiego.

– Che cosa mister Bennett?

– Ecco, il mio tappeto: non c’è più.

– Capisco. Quindi non sa dirmi nulla di più sulle grida.

– Temo di no, Alfred.

– Bene. Mi scusi allora e buona giornata.

Il giovane Alfred fece per congedarsi ma all’ultimo chiese, vergognandosi un poco che potesse sembrare una domanda da poliziotto più che da un amico di famiglia,-  E come sta la signora Bennett?

A George passò d’un colpo il buon umore, e la singolare energia che lo ravvivava quella mattina si esaurì di fronte al giovane agente Dawson. Improvvisamente George Bennett colse l’insolenza di quella visita e dopo una lunga pausa provò un profondo fastidio nel dover rispondere: – Mamma è morta. Mamma è morta da più di vent’anni. Ma che ti salta in mente Alfred?

Chiuse la porta nervoso, si aggrappò con furore ai baveri della sua vestaglia e con il capo chino quasi andò a sbattere contro Evelyn che in quel momento portava il vassoio della colazione.

– Mi perdoni signore.

– Oh, Evelyn. Ma che accidenti succede stamattina?

– Come dice signore?

– Insomma, mi alzo di buon umore e scopro che è scomparso il mio tappeto. Poi arriva quel pivello di Dawson Junior che tira in ballo mia madre. E tu che mi sei sempre tra i piedi. E dici le cose ma non le dici.

Il maggiordomo, sotto quello sfogo, indietreggiò nel salone fino al tavolino su cui posò tazza, teiera, zuccheriera e tutto il resto della colazione senza mai smettere di guardare impassibile Mister Bennett.

Fu in quel momento che George notò un’altra sparizione. Mancava dal servizio da tè il bricco del latte. In verità non era solito aggiungere latte al tè ma non potè fare a meno di constatare che a colazione il bricco c’era sempre stato. Se ne serviva sua madre, ma mamma non c’era più. E allora? Chi? Si sedette sfinito dai pensieri che lottavano nella sua debole mente e si versò una tazza. Cercò di a riflettere ma più che altro un mucchio di immagini continuavano a sovrapporsi davanti ai suoi occhi senza alcun controllo. C’era naturalmente sua madre, con un vestito rosso lungo fino ai piedi, in giardino, accanto a un albero d’arancio in fiore. Era sua madre da giovane, eppure c’era qualcosa di diverso nei suoi occhi. Il suo sguardo, pareva volesse qualcosa da George, che volesse George. Ecco Evelyn che le porta un bicchiere di latte ma lei non lo beve, se lo rovescia addosso e ride, ride sempre più forte e si copre la faccia con una maschera. Una maschera di donna che grida. George non fa in tempo a riconoscerla ma gli sembra familiare. Una muta di cani spunta dal nulla e la donna mascherata fugge, cade sul tappeto di casa steso in giardino. Il vestito rosso si scioglie in una pozza di sangue.

– Mio Dio -, disse George.

Un chiasso di sirene frantumò il silenzio di quella splendida mattina. Motori, freni, urla, latrati sembravano occupare tutta la campagna intorno a casa Bennett. Dalla finestra della sala George potè vedere le auto della polizia di traverso sul viale e un piccolo drappello di agenti avanzare verso l’ingresso. In testa, insieme al capitano, c’era il giovane Dawson, dall’aria molto seria.

– Evelyn.

– Signore?

– Per caso non avevo anche una moglie?

– Temo di sì signore. 

– E dove…

– È avvolta nel tappeto signore. Oh, e il tappeto è sotterrato in giardino. Signore.