– Boia che caldo.

Il Ferrari si asciugò la fronte con uno straccio, e smise di trascinare i piedi nella polvere. Il sole d’agosto picchiava a mezzogiorno, le ombre tutt’intorno sembravano fuggite via. L’acqua del naviglio luccicava sotto una fila di piccole nubi di zanzare, mentre il Ferrari si era appoggiato alla balaustra a prender fiato. Era tutta la mattina che girava dentro le mura di Milano cercando di procurarsi qualcosa da mangiare, rubacchiando là dove gli veniva più facile, oppure magari raccattando i mozziconi di sigari.

 – Ché fumare tien lontana la fame -, così diceva per sollevare il morale, – e pensare che l’inverno passato tutti noi milanesi ci eravam proibiti di comprare  il tabacco per non ingrassare le borse dei Austriaci. Per farci dispetto. E quelli se la son presa. Boia se se la son presa. Le sciabolate che ci han tirato.

Malgrado i suoi migliori espedienti non avessero dato ancora risultati e lo stomaco era ancora vuoto, il Ferrari era contento perché quel mattino aveva fatto la conoscenza di un patriota. Ma non un patriota come lui, che si era imbarcato nella rivolta di marzo solo perché aveva sentito parlare delle provvigioni per i combattenti. Il patriota in compagnia del Ferrari era un giovane borghese pieno di ideali, che veniva da molto lontano. Talmente lontano che quando giunse a Milano la rivolta era già finita da un pezzo. In soli cinque giorni i meneghini avevano cacciato gli austriaci dopo più di trent’anni di occupazione.

Il Ferrari, che invece si arrangiava a vivere in una baracca appena fuori porta, allora ci aveva messo poco a farsi trovar pronto, a impugnar le armi e addentare il pane. La pelle, tanto, la rischiava ogni giorno, e famiglia non ne aveva. Così, si disse, non aveva niente da perdere e tutto da guadagnare.

– Sicuro -, disse al valoroso mancato, al quale il fascino dei racconti sulle cinque giornate, se da una parte gli rodeva il fegato, dall’altra esaltava i suoi sogni d’Italia Unita. – L’è vera che toccava menare ai quei Austriaci. Ma ne valeva la pena -, continuò il Ferrari, – un po’ perché faceva piacere scaricare la rabbia di una vita di miseria, un po’ perché sulle barricate non c’eran borghesi e popolani. Si era tutti milanesi, italiani, c’era la bandiera. E poi tra una batosta e l’altra si andava al ricovero, a Porta Orientale, lì la tavola era sempre imbandita. Oh, quant’ho mangiaa in quei cinque dì. Ma non è che era una festa, mi capisce. Perché ne ho visti tanti buttati giù da una palla di fucile e urlare ancora: “Viva l’Italia”. Ma in confronto alla vita da cane che facevo, quello lì l’era un altro mondo, tutto rovesciato. E c’era il posto anche per me. Allora mi davo da fare sulle barricate e mi sentivo come un padrone di casa. Robe de matti: eri mì il padrone che buttava fuori i làder a schioppettate. Invece al piccolo Filippetto, gli hanno sparato, proprio a dieci passi da me. Dieci, come i suoi anni. Un piscinin con il petto spaccato in due, lì in terra che mi guardava, col braccio teso. Stringeva una bisaccia, allora gli sono andato incontro e aveva ancora il fiato per dirmi: “Porta Tosa!”. Povero Filippetto, portava ordini dal quartiere generale a Porta Tosa. Li portai io quegli ordini. E prendemmo la Porta. Cioè, ci mancò poco.

– E’ incredibile, è incredibile. Cosa mi sono perso -. Il giovane borghese forestiero non stava nella pelle. – Tutto quel viaggio e ora son qui che giro a vuoto con l’ardore della battaglia mai combattuta che mi brucia nel petto. In questo silenzio d’estate sotto un sole che ride di me e davanti a un pugno di zanzare.

Imprecando con il capo levato per aria, l’impetuoso patriota vide aprirsi un’anta dalla casa di fronte, affacciata sulla riva opposta. Una fanciulla con lunghi e lisci capelli bruni comparve come un fantasma e rimase lì, incorniciata nella finestra a specchiarsi sulle acque lente del naviglio. Portava una larga camicia bianca, generosamente scollata, tanto che alla vista del petto il patriota si zittì e deglutì immobile con i pugni e le braccia ancora alzate. La donna lo penetrò con uno sguardo greve, avvolto da tutte le ombre scampate al sole di mezzogiorno e che sembravano aver trovato rifugio proprio in quella casa. Teneva in mano qualcosa, pareva una croce e nell’altra un libro forse. Il naviglio non era poi così largo eppure lei era così lontana. Improvvisamente, come si era fatta avanti, indietreggiò fino a scomparire nel buio della sua stanza.

– Boia che femmina -, ruppe il silenzio il Ferrari, – ha visto che roba?

– Ho visto sì. Tanto bella quanto triste. Ma non proprio triste. Malinconica direi meglio.

– Vorrei sapere cosa c’è da esser tristi. Malinconia. Ma vengo io a metterci l’allegria, bella tosa bruna.

In quel momento un rombo sordo distrasse le fantasie dei due sfaccendati. Anche la terra sotto i loro piedi pareva tremare quasi ad annunciare un terremoto. Avrebbero preferito fosse un terremoto perché da tutte le parti si prese a gridare con terrore: – Gli austriaci, il generale Radetzky! Sono tornati!

– Ma come?  Ma allora? Si torna a combattere! – Il borghese foresto, sudato dal caldo, eccitato dai racconti del reduce, nonché dal fascino della bruna misteriosa, scuoteva il Ferrari. – Alle barricate, alle barricate! – Urlava come un matto.

I due si voltarono e rimasero a guardare il buio oltre la finestra aperta sull’altra sponda del naviglio, aspettando che la giovane donna si riaffacciasse con un’altra espressione, magari di vittoria, ma non videro più nessuno.

– Mio dio! Oh mio dio. kchhhk Ci sono corpi ovunque. kchhhk saran kchhhk centinaia, migliaia. E’, è… kchhhk dio è orribile. kchhhk Donne, bambini, cristo sono dappertutto.
– Bravo2, Bravo2, ripeti la tua posizione. Bravo2 mi senti? Bravo2 la linea è disturbata. Ripeto: devi darci la tua posizione, passo.
– Riccione kchhhk.

– Sono il capitano Spaventa, ho l’ordine di sequestrare tutti i protagonisti!

– Le ci vorrà un bel po’, la libreria è molto grande, come vede.

– Crede di impressionarmi? Io comando la X° Lettori Veloci! Coraggio voialtri! Cominciate dagli scaffali in alto!

– Faccia come crede. Se non le dispiace continuo con il mio lavoro.

– Che cos’ha in mano? Vedere!

Aha! Un poliziesco, addirittura! Voleva proteggere l’eroe eh?

– Guardi che…

– Dia qua! Chi sarebbe questo eroe?…

 

I MAGNIFICI SEQUESTRI DEL CAPITANO SPAVENTA

 

Ma…

 

Portato in questura, nell’interrogatorio che seguì, il Capitano confessò tutti i suoi magnifici sequestri.

Il verbale non fu mai dattiloscritto.