Tempesta e vendetta

Un alito umido fluiva lento, perso nel dedalo buio dei vicoli. Spinta dall’eco di grida e di risa infernali, dai folli richiami di madri disfatte, dalle voci soffocate tra le mura dei secolari palazzi corrosi dalla salsedine, quella corrente malsana avanzava densa come un veleno sopra il selciato della città vecchia. Giunto nel vicolo delle Pietre dove piega all’improvviso e finisce dritto nella piazza del porto, il tetro fiato si arrese al luccicante riverbero di sole e prima d’essere investito dalla corrente che dal mare arrivava ghiacciata si ritirò nell’antro come un demone umiliato da miserabili gocce d’acqua santa. Il vento gelido e salato si infranse sulla facciata della locanda Chimera facendo sbattere le pesanti imposte di legno e cigolare  l’insegna appesa sopra l’ingresso.

Il colpo sollevò una bestemmia dalla bocca secca del locandiere che da dietro il banco riempiva le brocche di vino per un tavolo di marinai. L’urlo annientò il gran vociare nella sala, la ciurma, sorpresa e distolta dagli scherni accesi, violenti, si zittì per un istante e si volse intorno cercando un pretesto per sfogare l’ossessione di festa dopo mesi di navigazione. Vedendo il giovane garzone della locanda tremare come un cane fradicio, terrorizzato dal padrone, dagli orribili tatuaggi che questi portava fin sul volto sfigurato dalle cicatrici, scoppiarono in una rumorosa e ubriaca risata.

Il goffo ragazzo con il fardello dell’umiliazione raggiunse senza distogliere lo sguardo dai propri passi l’uomo seduto di spalle, uno straniero, solo, in fondo alla sala, e gli portò il boccale di birra che aveva comandato. L’uomo, senza guardarlo, gli buttò delle monete sul tavolo, qualcuna rotolò imprevedibilmente verso il bordo. Il ragazzo non fu abbastanza svelto e dovette chinarsi per raccoglierle dal pavimento, quasi in lacrime, schiacciato dalle risa e dagli insulti della ciurma. Ritornò verso il banco tra le provocazioni cercando salvezza e infelice riparo dietro le colonne al centro della sala come il naufrago abbraccia senza speranze i relitti nel mare in tempesta. L’uomo prese a bere la sua birra, continuando a dare le spalle a tutte le anime lorde del locale.

– Cosa aspetti a venire? Devo frustarti forse? – urlò l’Ammiraglio, come tutti usavano chiamare il locandiere della Chimera.

– Prendi le brocche per quegli avanzi di galera che l’oceano mi ha vomitato in sala – continuò, mentre il garzone si avvicinava inerme.

– Ammiraglio, portate un po’ di rispetto per la Marina Reale che noi, qui, abbiamo l’onore di rappresentare – rispose solenne il capotavola levandosi in piedi. Alla fine del proclama, che la marmaglia assecondò improvvisamente seria, le urla goliardiche tuonarono di nuovo tra le mura della Chimera.

Oltre al garzone, l’unico che non partecipava all’orgia di risa era quell’uomo di spalle. Se ne stava seduto all’angolo di un tavolo, curvo, con i pugni serrati appoggiati sul legno unto e scheggiato. I capelli neri gli cascavano sulle spalle e gli abbracciavano la nuca come le ali di una manta. La camicia bianca, aperta sul petto, sgonfia, gli cascava sui fianchi coprendo una lama spagnola, grezza, infilata nella cinta. Ogni tanto tirava occhiate da sotto verso la finestra. Sorvegliava l’orizzonte del mare rotto dagli alberi inquieti delle navi ormeggiate. Il vento non si dava pace, così come il mare si stava ingrossando e alzava le carene nel porto facendole sbattere le une contro le altre. Con un orecchio prestava attenzione alle chiacchiere attorno a sé, e con l’altro poteva sentire la rabbia di Nettuno levarsi dagli abissi.

Nella locanda altri tavoli erano occupati da uomini del porto, da ruffiani e meretrici, o da incoscienti avventori malconsigliati, in transito verso rotte di commercio e ora finiti nella trappola di quelle donne con i sorrisi affilati, dai seni e dai fianchi in buona grazia come mortali bocconi per stupidi topi.

Uno di questi grassi sprovveduti, si teneva sulle ginocchia una giovane rossa e nervosa, dagli occhi d’acciaio e che non smetteva di sorridere. Le chiese, avido del suo petto e della sua bocca mentre giocava a strattonarla:

– E tu, dimmi, piccola figlia di Satana perché mai chiamate il vostro locandiere: l’Ammiraglio? Quale dannata nave si è lasciata comandare da quella ghigna spaventosa, quale Marina lo avrebbe mai permesso? E quei tatuaggi? Pare un mostro partorito dall’inferno.

Un forte bagliore accese il volto della ragazza. Per un attimo quella luce tremò su di lei e poco dopo la restituì alla penombra da cui l’aveva strappata. Fuori tuonò.

Sotto il fragore della pioggia che iniziò a cadere con violenza affiorò qualcosa di diabolico sul sorriso della giovane. Affilò lo sguardo e penetrò la faccia sudata del grasso imprudente che, subito, allentò l’umida stretta ai polsi di lei.

– Attento -, disse – Non farti sentire. Non conviene mancare di rispetto all’Ammiraglio. A meno che tu non voglia soffrire tanto da supplicare la morte.

– Ma che diavolo? -, il pingue avventore non fece in tempo a proseguire né a ricomporsi dal disgusto e dalla paura, mentre intorno sentiva ora freddo umido.

– L’Ammiraglio, stai sicuro, se li è guadagnati quei galloni -, proseguì addolcendosi un poco la ragazza, dato che aveva appena iniziato a fare bere la sua preda e non era già il momento di farla scappare.

– Devi sapere -, continuò giocherellando con le dita su quell’enorme fredda faccia bianca, – che circolano storie terribili e malvagie sul nostro locandiere. Nessuno si è mai preso il disturbo di provarle, tanto sono bastate a spaventare chiunque le avesse ascoltate. Ma tu -, si interruppe con innocente stupore, – hai bisogno di bere, mio caro, ti si è asciugata la bocca.

La ragazza inarcò la schiena e voltò la testa verso il tavolo portandosi dietro una fiamma di capelli. Spiegando lentamente il braccio nudo, afferrò con la destra la brocca di vino, riempì un boccale fino all’orlo e lo porse sulle labbra del viaggiatore atterrito. Girandosi incrociò lo sguardo duro dell’uomo che fino a quel momento se n’era stato di spalle, seduto poco più in là a fissare oltre i vetri della Chimera. La vista del porto e del mare era ormai affogata nelle finestre fradice di pioggia. Il cielo era diventato nero e urlava. Alla diabolica ragazza era bastato un attimo per leggere negli occhi del forestiero e intuire che anche là dietro nuvole oscure, colme d’uragano si sarebbero squarciate proprio alla Chimera. Si liberò di questo pensiero e tornò alla sua anima flaccida seduta sotto le sue gambe.

– Bevi mio caro, bevi. Forse lo è stato veramente un Ammiraglio, chi lo sa. Ma quello che si dice qui alla Chimera, quello cui perfino i topi credono, è che tanto tempo fa, egli aveva assassinato un ufficiale di marina e dopo averne stuprato la giovane moglie, aveva ucciso anch’essa affogandola nel ventre squartato del marito. Fuggì indossando la giacca dell’ufficiale che conserva ancora sotto il banco. Così come si porta dietro la vendetta che gli giurò il fratello di quella donna.

Il viaggiatore di commercio trangugiò in un fiato quasi tutto il suo vino e cercò di riprendersi: – Beh, sai, non me ne importa nulla -, si asciugò la bocca e provò a trasformare quella smorfia in un sorriso, – quello che voglio ora, femmina di demonio, è divertirmi prima di passare lunghe settimane in nave in compagnia di mozzi e bestie di marinai.

– Faresti male a non preoccuparti.

Non era la rossa ad aver parlato. Era la voce dell’uomo seduto vicino che arrivò all’improvviso, insieme al bagliore di un fulmine. Lo scoppio del tuono che seguì annientò il povero commerciante che si liberò della ragazza gettandola a terra. In quel momento la porta della Chimera si spalancò sotto la violenza della tempesta. L’Ammiraglio, immobile come i suoi tatuaggi questa volta non fece in tempo a dire nulla. Il mare si era gonfiato, il giorno era sparito dietro pesanti nubi nere. Un maglio d’acqua gelida irruppe nella sala travolgendo la tavolata di marinai e tutto quanto nella locanda. La testa della ragazza che cercava di rialzarsi sbattè contro una colonna, il viaggiatore, tentando di uscire venne inghiottito dal mare. Il fragore della pioggia copriva le urla di tutta quella marmaglia in trappola come nella stiva di una nave che affonda. Solo il giovane garzone, schiacciato contro il banco riuscì a vedere una figura saltare sopra quell’onda scagliata da un dio infuriato. Riconobbe la camicia bianca ora spiegata e tesa come una vela sul petto e le braccia aperte. Riconobbe la chioma nera. Era l’uomo a cui aveva portato da bere. Teneva qualcosa nella destra. In un attimo fu alla gola dell’Ammiraglio e vi piantò la sua lama spagnola. Sì sentì il cielo nero esplodere ma il garzone potè udire l’uomo mentre guardava negli occhi il locandiere morire: – Lo sapevi che serei arrivato.
Mentre la mano del mare si ritraeva dalla locanda e le nubi si aprivano a una tiepida luce, il garzone incredulo seguì l’uomo uscire tra i corpi fradici, accasciati, ansimanti degli avventori. Dietro la scia d’acqua che ora defluiva lenta, il forestiero si lasciava finalmente alle spalle il drago abbattuto e la sua maledizione.

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RISTAMPA

Avevo sentito dire che Gubbio fosse una città dove coltivare certezze. Mi illusi allora di cambiare vita trasferendomi sugli appennini umbrotoscani. Ero pieno di progetti. Ben presto però mi scontrai con un territorio ambiguo. I falsopiani erano più inclinati di quanto immaginassi. Le colline si rincorrevano intorno alla città facendosi beffe dell’orizzonte, che riusciva a mostrarsi solo a tratti e con un certo disappunto. I cipressi stavano in fila controluce per tutto il giorno creando in me un senso di attesa spossante. Fu solo dopo mesi che ebbi un primo riscontro positivo. Accadde in farmacia quando mi pesai pubblicamente. La bella signorina che profumava di cotone pulito, bianca come un angelo, da dietro il bancone disse sensuale che mi trovava pieno di eccipienti. Tutti i clienti si girarono verso di me e applaudirono vivacemente. Cominciai a drogarmi.

Professor Tony, lo sa lei quanto mi imbarazzi telefonarle in studio? La sua segretaria risponde con malizia, trattiene le risatine. A ogni modo, vede, la chiamo per quella cosa, si ricorda? E’ passata ormai una settimana e ancora non, insomma non sono sicura. Ci possiamo vedere nella solita pasticceria? Questo pomeriggio magari, verso le cinque. O anche più tardi se crede. Preferirei non salire in studio da lei, a meno che la signorina non se ne sia andata. Proprio non mi va come mi guarda, il suo sorriso. D’altra parte, professore, le porterei i bignè, quelli che lei adora. Non ho smesso di ricordarla per tutta la settimana, come mangiava i bignè alla panna. E quella cosa. Che non finisce di convincermi. Così se possiamo vederci mi può spiegare meglio quelle mutandine ortopediche e tutto il resto che mi ha prescritto. Mi sta tutto così stretto. Mi fa anche un po’ male. Soprattutto i seni. E anche lì, mi capisce, professore?