– Johnny, Johnny non fare pazzie. Non hai scampo.

Era la fine per Johnny, giovane irlandese senza speranze. Dopo una vita passata a fuggire era arenato a Chicago incontro al suo epilogo. Ed eccolo.

Avrebbe potuto anche dire: “Finalmente”, ma Johnny senza speranze non sapeva darsi pace. Odiava i sipari calati tra gli applausi, o i fischi, era lo stesso. Così fino all’ultimo non si  rassegnava all’idea di una fine, qualsiasi essa fosse e prendeva disperatamente tempo.

– Johnny, sei circondato, arrenditi.

O’Farrell, il capitano della polizia ce la metteva tutta. Conosceva bene quell’irlandese. O’Farrell apparteneva a una dinastia di poliziotti di quartiere e ne aveva fatta di strada. Ma Johnny non aveva speranze già all’imbarco della Queen, quando salpò per l’America e ora era finito in quel buco di appartamento al terzo piano di Chicago, accecato dai fari della polizia sotto la mira di decine di fucili.

Aveva un ostaggio: un setter dal pelo color dei suoi capelli.

– Maledetti capelli rossi, maledetto cane, maledetta Irlanda -, questo pensava mentre la polizia lo teneva in assedio, – Maledetta America.

– Johnny te lo ripeto per l’ultima volta: libera il cane ed esci fuori con le mani in alto. Hai cinque minuti poi saremo costretti ad aprire il fuoco.

Un urlo disgraziato coprì l’eco di O’Farrell il quale si voltò verso una donna pallida, ossuta con il trucco devastato dalle lacrime e dalla pazzia.

– Si calmi signora, al suo cane non succederà niente -, le disse lentamente il capitano.

Un uomo in frac col cilindro in mano mentre con l’altra cingeva la vita della donna intervenne rabbioso: – Vorrei ben vedere. Altrimenti sa dove finisce lei? Lei se ne ritorna nella sua maledetta isola oltre oceano a morire di fame.

Era il sindaco in persona e marito della signora, madre del setter rapito. Tutti e due, nonostante gli abiti da sera e un’idea di eleganza, avevano un aspetto spaventoso. Sconvolti da una goffa corsa erano sudati, stropicciati, il cravattino saltato, il panciotto slacciato, l’acconciatura crollata, la stola ciondoloni. Mentre per Johnny il disordine nei vestiti che portava addosso parlava delle sue origini, del caos intorno alla sua vita, delle continue fughe, degli espedienti senza speranze come il rapimento di quel cane.

Quel bastardo, che poteva valere migliaia di dollari come riscatto, l’aveva soffiato alla dama di carta pecora proprio fuori dal teatro, una vecchia ingioiellata alta e curva accompagnata da un uomo piccolo e grassoccio ma molto vispo. La coppia di eleganti signori cercava di muoversi in mezzo a un mucchio di persone tra agenti accompagnatori, uscieri in livrea, passanti curiosi. Sorridevano a destra e a sinistra e nell’eccitazione della festosa processione verso l’ingresso monumentale del Chicago Symphony Orchestra si erano dimenticati il cane nella carrozza. E Johnny con disperazione, mentre tutti gli davano le spalle, ci aveva provato. Del resto lui e il cane erano della stessa razza, si sarebbero intesi, magari avrebbero anche spartito il mucchio di dollari che si immaginava ricavare. Ma non andò così, Johnny non aveva speranze.

Era il 1871 quando il grande incendio di Chicago lo travolse al terzo piano di una palazzina di legno circondata da decine di agenti. Alla fine c’era riuscito: quella storia non si risolse. Non riuscì a fuggire, la polizia non lo arrestò, né gli sparò. Johnny bruciò come avrebbe voluto che prendesse fuoco il sipario del Chicago Symphony Orchestra perché non si potesse più aprire, né chiudere. Perché Johnny non avrebbe mai voluto nascere, ma dato che c’era e poiché dal mondo non sapeva come andarsene, se lo portarono via quelle terribili, liberatorie fiamme del ‘71.

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22 commenti

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  1. Giuro che a Manzoni proprio non ci pensavo. Forse sotto sotto parodiavo Joyce e, come su santanna, l’epopea americana.
    Un giorno vorrei parodiare anche l’epopea lèttone, sto cercando il materiale. Finora ho qualcosa sui comodini.

    Stan

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  2. Archetipico Johnny.
    Sapevi, Stan, che il non-pensare-a-Manzoni è l’attività più tipica degli italiani?
    Conosco un tizio che è in grado di non pensarci per giorni e giorni.
    Ma si allena molto.

    …..

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  3. Non lo so nemmeno io.
    Probabilmente si sono spossati.
    Viste le peripezie.
    Manzoni non è morto.
    Si è sposato a Las Vegas con Elvis ed ora vivono in incognito a Locate Triulzi.

    …..

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  4. Ops sì scusa Ovi, dev’essere il taglio di capelli.
    In questi (ormai) 31 giorni imperverso sull’isola alla quale oggi una pietosa nuvolaglia ha restituito una temperatura umana. Mi familiarizzo coi dialetti locali, dove “facile” si dice “felice”. Sono preda di incubi nei quali una vecchietta mi dice
    “sei stata poco gentile con Stan” e anche altro. Cose di questo tipo, ma non letterarie.

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  5. Sappiate che attendo con ansia qualsiasi contributo a Calligrafia, anche se non preannunciato.

    DATEMI DA LEGGERE! (apro un spiraglio della porta del bagno)

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