Mister Iggins amava le gardenie. Tutte le mattine, molto presto, prima di colazione, si assicurava che ci fosse sufficiente umidità nel terreno dei due vasi nell’angolo della sala, accanto alla finestra. Nel pigiama senza una piega, compagno di una notte immobile, Mister Iggins ricorreva talvolta allo spruzzatore per gratificare i petali dei suoi magnifici fiori. Nonostante l’oscurità che precedeva l’alba, sapeva bene che sarebbero arrivati, presto e puntuali, i raggi del sole anche in quell’angolo di penombra. Mister Iggins aveva studiato tutto con cura e poteva essere fiero di sé, meritandosi finalmente la colazione. Eretto, nella divisa a righe bianche e azzurre, si aggirava marziale come in giorno d’ispezione. Gli mancava la carriera militare. A dire il vero non era mai stato neanche soldato. Il busto gracile lo aveva tradito alla visita di leva, quando era poco più che adolescente. I piccoli eroi di plastica colorata, che per tanti anni lo avevano accompagnato in missioni mortali ed erano sopravissuti insieme a lui a mille battaglie, quel giorno nulla poterono fare per la sua circonferenza toracica. Data la costituzione irrimediabilmente esile, nel corso degli anni Mister Iggins riuscì solo a rafforzare le sue basette. Portava con virilità due folte basette castane che avevano conquistato metà delle gote scarne. E se da una parte supplivano alla magrezza dell’uomo, dall’altra lasciavano intendere una figura di pensatore d’ottocento, un erudito, o uno stratega a cui nulla poteva sfuggire.

Nell’intima ufficialità della colazione, sovente capitava che, velando di margarina le fette biscottate, queste si rompessero, deflagrando tra le dita ossute, lasciando su di esse un’unta umiliazione. In momenti come quelli Mister Iggins vedeva chiaramente gli assi delle costellazioni sfilarsi e precipitare tra le orbite dei pianeti, e intuiva le urla di orrore degli astrologi in fuga dal suo tema natale. Ma durava poco. Una calma cosmica lo ricomponeva ogni volta, entro la fine dell’ultimo goccio di caffè. Ogni mattina Mister Iggins usciva di casa retto e riconciliato. Il profumo delle gardenie, a cui volgeva l’ultimo sguardo prima di scomparire dietro la porta d’ingresso, in questo lo aiutava.

L’angolo dell’edificio dove abitava, dava su Edgar street e Hereford Road, ed era dolcemente smussato. Questo a Mister Iggins infastidiva. La reputava una meschina rassegnazione, se non mancanza di coraggio, codardia di fronte a uno degli incroci più trafficati del quartiere. La palazzina di quattro o cinque piani, se si contavano anche le mansarde nel sottotetto, aveva in realtà una storia quantomeno rispettabile. Costruita verso la fine dell’ottocento aveva resistito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, quando invece il resto delle abitazioni intorno fu distrutto. Nei decenni che seguirono, affacciati al crocevia, sorsero edifici moderni. Alte vetrate al piano terra, mettevano in mostra esercizi commerciali che, col tempo, cedevano il posto ad altre attività. Ai piani superiori, che potevano essere otto o dieci, generalmente si trovavano uffici di varia natura, ma anche abitazioni: piccoli appartamenti per anonime vite di passaggio. All’epoca in cui Mister Iggins usciva di casa la mattina, diretto alla City, per far rientro il tardo pomeriggio, ai tre angoli dell’incrocio si esibivano, con enormi e abbaglianti insegne, un gigantesco video-noleggio, un mega-store di una casa spagnola di abbigliamento per teen-ager; infine, sulla diagonale, all’altro lato rispetto il palazzo vittoriano, un bar ristorante pizzeria italiano, gestito da egiziani di terza o quarta generazione emigrati da Milano, aperto dalle prime colazioni fino a notte tarda.

Ciò che accomunava il vecchio palazzo in mattoni dall’angolo smussato agli altri tre edifici, erano i tiranti che tenevano sospesa, al centro dell’incrocio, la lanterna semaforica in perenne dondolio a causa delle costanti raffiche di vento. Lo stesso vento che, durante i chiassosi lanci promozionali dei negozi fuori misura, portava fin sulla soglia del portone ottocentesco, volantini, buoni sconto, offerte, saldi e qualche volta il menu del giorno con i consigli italiani dello chef egiziano.

Le ondate di traffico aggiungevano rumore di ferraglia e polvere grigiastra. Mister Iggins riusciva a tollerare tutto questo con un certo sforzo, poiché la fermata dell’autobus, che l’avrebbe portato in ufficio indenne e senza pieghe, era proprio sull’altro lato della strada, accanto al video-noleggio. Cercava di essere sempre puntuale per non dover aspettare nel vestibolo a cielo aperto che era quell’incrocio, abbandonato da Caronte alla spaventosa indifferenza con cui folle di anime attraversavano da ogni lato. Tuttavia, alcune volte, l’autobus tardava qualche minuto, così Mister Iggins se ne stava lì, in completo bachelite, a subire le minacce degli schermi piatti alle sue spalle, grandi quanto tavoli da bridge, che proiettavano esplosioni, catastrofi naturali, cupi sottoscala trafitti da occhi d’argento.

Combatteva l’ansia del tempo che non passava mai, nell’attesa dell’autobus, e che tuttavia scorreva troppo in fretta attorno a sé. Se ne stava immobile, impermeabile, riparato dalle sue basette meglio di quanto potesse fare un poco elegante bavero alzato. Si difendeva bene, bisogna ammetterlo, silenzioso e vigile come i soldatini di plastica che in quel momento, era sicuro, vegliavano sulle sue gardenie in attesa dei primi raggi di sole. Finché l’autobus non se lo portava via.

Avevo del talento ed è andato sprecato. Avevo fortuna e ho perso tutto. Avevo della stoffa e ho aperto una sartoria. Ora fanno quindici anni che non cucio una maglia.

Dietro gli alti filari di cipressi doveva nascondersi un castello o una favolosa villa longobarda, non l’ho mai saputo. Si diceva che l’immenso giardino era popolato da animali mitologici, discesi per ultimi dall’Arca e lì rimasti fino ad oggi. Quel muro d’alberi faceva un po’ paura ma ogni volta che lo guardavo scorrere imponente e silenzioso, i sogni di avventure accorrevano e mi tenevano compagnia per tutto il viaggio fino a Milano. Il finestrino appannato della 850 di papà diventava allora un fantastico teatro in cui mostri e geometrie si davano battaglia, forme d’acqua che finivano sempre per diluirsi obbligandomi dopo un po’ a inventare un nuovo gioco. Le dita bagnate, già sporche mi punzecchiavano dal freddo e la campagna aveva ceduto il panorama a viali e grandi case. Fuori gli occhi bui e quadrati dei palazzi meneghini ci sorvegliavano svicolare sul pavè, noi, tutti attenti a comportarci bene nella grande città. Sembrava di attraversare un campo minato a tutta birra in missione segreta, con un importante dispaccio da recapitare. Avvolto in una carta di pasticceria.

Le strade semideserte e pigramente illuminate dal sole di febbraio si sostituivano le une alle altre, incrocio dopo incrocio, fino a che l’incubo di esserci perduti non cominciava a prendere in me il sopravvento. Ogni tanto riconoscevo qualche passaggio: un palazzo, una cinta muraria, un sottopasso, l’insegna del mercato comunale. Il mio piccolo cuore vivace si prendeva un po’ di sollievo, ma continuavo a non avere idea di dove fossimo e quale la strada per ritornare a casa. Soprattutto rimaneva oscuro il senso di quella missione.