[segue da post di mercoledì 13 dicembre: "Etch era l’unico che…"]

Finché un giorno Etch smise di farsi vedere al bar. Girava voce che frequentasse brutta gente del Satellite, un quartiere che aveva fama di girone dantesco, nel paese più impopolare di tutta la periferia. Ricordo che mi preoccupai per le sue braccia sempre scoperte e così vulnerabili, quando le chiacchiere e le malelingue su di lui finirono per intossicarsi.



Qualche anno dopo, ero ancora un ragazzo, un tarda mattina di domenica uscivo dalla Chiesa riconciliato e pieno di buone intenzioni, solo, insieme a una folla di altri benedetti e sorridenti. C’era aria di pranzo in famiglia e un appetito, in verità piuttosto pagano, che il sacro aperitivo aveva stimolato. Prima di rientrare, accompagnato lungo la strada da profumi di sughi e arrosti delle case in festa, decisi di fermarmi a salutare gli amici al bar, caso mai fossero ancora lì. C’erano. Ma notai, già dalla porta vetrata d’ingresso, un’atmosfera diversa da quella che avevo lasciato sul sagrato un attimo prima, nella piena luce di un cielo azzurro primaverile. Entrai e raggiunsi lentamente un gran cerchio di persone, di tutte le età. Normalmente si stava in gruppo tra coetanei, magari poco distanti dai più grandi o dai più piccoli. Ci si trovava mischiati così solo in occasioni speciali: nell’animosità tra le bancarelle della festa patronale, a bordo campo durante le finali dei tornei di pallone, oppure ai funerali.

– È morto Etch, – mi disse piano il primo dei miei che riuscii ad avvicinare. D’istinto mi girai verso il tavolo da biliardo e per un attimo mi parve un’enorme ed elegante, silenziosa bara.

Etch era l’unico che poteva posare una lattina di birra sulle sponde del tavolo da biliardo. Era l’unico perché non c’era nessuno che poteva batterlo e il proprietario del bar, di questo, ne faceva un vanto. Venivano da fuori per sfidarlo, bande dei paesi intorno con il loro campione. Portavano arroganza e soldi e se andavano umiliati, in silenzio, non prima di avere pagato da bere a tutta la compagnia. E noi eravamo tanti. Certo doveva essere un bel guadagno, ma un altro motivo per cui Etch poteva bere al tavolo verde, tra una buca e l’altra, era la sua eleganza, nel portamento più che nell’aspetto. Vestiva gli abiti della provincia, come tutti del resto, ma c’era qualcosa che lo faceva sembrare venire da lontano, dalla Germania o dalla Svezia addirittura, che per noi voleva dire sesso e libertà. Aveva i capelli lunghi, biondi, il più delle volte raccolti a coda. Nelle stagioni fredde portava il maglione con le maniche tirate fin sotto i gomiti, infilato nei pantaloni, stretto da un alta cintura di cuoio con una grande fibbia d’acciaio. Era alto e magro ma non gracile, lo si capiva dall’agilità dello sguardo che era meglio non sottovalutarlo. Da un moschettone agganciato al passante dei jeans, sbiaditi e attillati, pendeva un mazzo di chiavi. Era un’abitudine questa che avevano un po’ tutti ma, mentre tra gli altri c’era una tacita, virile gara a chi mostrava il mazzo di chiavi più grosso, ad Etch quel grumo di ferro appiattito al suo fianco dava l’aria di un eroe del selvaggio West, armato, dritto e temibile.

Durante le sfide a biliardo non perdeva mai la calma. Girava intorno al tavolo per trovare la traiettoria migliore, lentamente, senza dire mai una parola. Si sentivano i tacchi degli stivaletti cascare sul pavimento di graniglia e le chiavi suonare come speroni, fino a che un sorriso negli occhi azzurri come i ghiacci d’Islanda non lo fermava. Allora capivamo che avremmo visto una palla entrare in buca. Una palla e una buca che nessuno si sarebbe immaginato. Poggiata con attenzione la lattina sul bordo, iniziava a passare il gesso azzurro sulla punta della stecca senza staccare gli occhi dalla biglia colorata. Quando aveva finito di caricare il colpo, un colpo solo, si chinava con una leggera scossa del capo per scansare dalla visuale una ciocca di capelli. Gli avambracci nudi allora mostravano tutta la forza che il suo silenzio lasciava appena sospettare. Era tutto lì il suo carisma, l’eleganza dei gesti nei panni di un vichingo.