Montgomery

Quand’ecco un caccia sfrecciò nel cielo di Varese. Tutti alzarono lo sguardo troppo tardi. Videro uno squarcio bianco tagliare l’azzurro turchino raccolto tra i monti. Qualcuno si offese, qualcuno sorrise ma tutti tenevano le mani in tasca. I cappotti dei signori rimasero indifferenti all’eco dei reattori e dopo poco ripresero ciascuno la propria strada.

Un montgomery verde di lana pesante sosteneva un capo carezzato da corti e fini capelli biondi. Si curvò leggermente salendo un piccolo gradino all’ingresso della merceria. Un’aria calda, ostile alle tarme quanto ai cristiani mise a disagio il signore che si trovò sovrastato da pareti di cassetti e minacciato dal bancone che, con grandi forbici ben disposte, proteggeva una donna minuta. Una chioma nera, lucida, annodata e costretta da spille di ferro si ergeva appena da dietro il massiccio di faggio. Gli occhi scuri della donna parevano due dei tanti bottoni esposti sui fronti dei cassetti. Tutti, però, guardavano l’uomo in montgomery. Era solo ed era rimasto senza stoffa.

Bellevue

 

Il marchese De Lillo si disse soddisfatto quando i portantini posarono il grande baule davanti l’albergo dove avrebbe alloggiato per tutta l’estate. Qualche pettirosso, accomodato sugli spalti della quercia che trionfava nel grande giardino, commentò quell’arrivo elegante con fischi da teatro. Il profumo di erba e di fiori riempiva di progetti di quiete il marchese che, tutto sorridente, si faceva accompagnare nell’atrio del “Bellevue”.

Il direttore dell’albergo, il signor Mario, lo ricevette entusiasta. Si erano salutati l’anno prima, all’inizio di settembre e per tutto quel periodo nel piccolo paese in cima l’alta collina che dava sul lago di Varese, di cui il Bellevue godeva il panorama migliore, si era parlato dell’ospite importante che avevano avuto. Le cameriere, in particolare, contribuirono a propagare curiose indiscrezioni sulla vita privata e le abitudini del marchese.

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Sono stato a Casablanca a cambiarmi il senso delle ginocchia. Ora, a Nizza, quando cammino per il boulevard des angles fanno un verso che, con vento a favore e il mare alto, ricorda una canzone di Memo Remigi. Ma non ricordo il titolo. Così percorro a ritroso il boulevard fino al chiosco dei rinfreschi e sorseggio Tartare, mezza birra e mezzo manzo.

Nero Pece

Quel pomeriggio l’asfalto bollente era protagonista nella via. Le finestre dei piani rialzati che si affacciavano sulla strada, in preda alla disperazione, non sapevano se rimanere aperte, socchiuse o sigillate per difendere l’aria condizionata all’interno dei locali. Il rumore delle ventole degli impianti di raffreddamento domestico e il getto d’aria calda ad altezza uomo rendevano il passaggio un vero calvario. La lingua nera e fumante che separava i marciapiedi si doveva essere inghiottita pure Caronte perchè nessuno sembrava avere il coraggio di attraversare. Un’auto arenata da chissà quando nei pressi di un passo carraio aveva l’unica funzione di riflettere con cattiveria la luce del sole. I due imbocchi della strada rimasero per ore impermeabili al flusso del traffico che si udiva trascinarsi ferroso lungo le arterie principali della città.

Louise da dietro i vetri della cucina del suo appartamento fissava inespressiva l’ingresso della piccola agenzia di assicurazioni sull’altro lato della via. Con gli occhi neri come l’asfalto che le stava tre piani sotto, cercava una soluzione all’imprevisto problema che le si era presentato e forse aveva individuato una strada, peccato il caldo drammatico di quella giornata. Teneva in mano un antico numero di Selezione del Reader’s Digest. Aveva appena letto un articolo che parlava dei rischi domestici.


[continua…]