– Dio mio, dio mio, così inutili le mie preghiere infine? Per l’ultima volta ti chiedo: cosa prendi?
– Un lattementa.
– E tanto ci voleva?

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Sciack, sciack.

– Grave incidente.

Tak, tak, tak, tak.

– 20 morti e 200 feriti.

Tak-tak-tak-tak-tak-tak.

– Si indaga.

Takketakketakketakketakke.

– Forse attentato.

Takketakketakketakketakke.

– Pista ciclabile, pista anarchica. No Tav. Servizi segreti.

Takketakketakketakketakke.

– Clamorosa confessione pentito.

Takketakketakketakketakke.


– Ma che stai facendo?

– Tak. Sto montando una notizia. Assaggia un po’.

– Gradisce una polpetta?

– No grazie, mangio solo le mie.

Durante il vernissage mi resi conto che gli esercizi di autoaffermazione stavano dando risultati strabilianti. Il dottor Magris la chiamava Terapia del rifiuto, riassunta efficacemente nella formula: Afferma te stesso, impara a dire di no.

Ero venuto a conoscenza della Terapia del rifiuto una mattina sul tram che abitualmente prendo per andare in ufficio. Ogni giorno succedeva, infatti che di fermata in fermata il numero dei passeggeri aumentava complicando la gestione dello spazio che ciascuno occupava in piedi. Ma mentre c’era chi riusciva a mantenere la propria posizione lungo tutto il tragitto, io mi trovavo in balia di quella risacca umana ondeggiante a ogni frenata. Cercavo educatamente di fare posto, di non essere d’intralcio, ma il mio continuo adattamento tra i corpi stretti gli uni contro gli altri finiva per causare ulteriore disagio tra gli sconosciuti compagni di viaggio e per allontanarmi drammaticamente dalle porte d’uscita quando era il mio turno per scendere. Uno dei tanti motivi dei miei ritardi sul lavoro era dovuto anche a questo, l’incapacità di conquistare e mantenere la posizione mi costringeva a scendere una o più fermate avanti quando, per un casuale riflusso di quella piccola massa umana, l’uscita del tram si trovava improvvisamente aperta di fronte a me e io di fronte a lei.

Fu appunto durante una di queste derive su trasporto pubblico che mi trovai con la faccia quasi avvolta da una locandina appesa agli alti corrimano del tram. Mi ero aggrappato con tutte e due le braccia in segno di resa, impossibilitato a muovermi. Troppo esausto per sentirmi in imbarazzo da quella posa circense, mi sentivo un clown che a terra imita tristemente le volute dell’eroico trapezista. Non fu quindi per curiosità che lessi l’annuncio, quanto per trovare un contegno, grazie al mio orgoglio ridestato che decise in quel momento e del tutto autonomamente di condizionare i miei riflessi. Mentre mettevo a fuoco il messaggio pubblicitario afferrai in un crescendo di illuminazione tutto il senso della mia esistenza, costretta dai limiti di una patologica accondiscendenza. Riprendi la tua vita, impara a dire di no. Inizia un nuovo corso con la Terapia del rifiuto. Ancora una volta rimasi sbalordito come imprevedibili coincidenze potessero mutare il corso della vita di pochi gradi, sufficienti a sostituire obiettivi scontati con altri inauditi e lontanissimi. Quella volta saltai tre fermate, il tempo di prendere nota dell’indirizzo e del numero di telefono dello Studio Magris, operazione non senza difficoltà dato che stavo urtando i fianchi e la suscettibilità dei miei stretti vicini. Atterrato sul marciapiede, finalmente presi aria e rilessi con più attenzione gli appunti conquistati sul tram tra l’ostilità e il nervosismo crescenti. C’era qualcosa che mi aveva colpito, quasi turbato e ora, rileggendo con tutta calma ebbi chiaro: l’indirizzo. Le sedute della Terapia del rifiuto si tenevano in Via Val di Non. E questa seconda coincidenza non mi lasciò dubbi, dovevo prendere appuntamento, subito.

In effetti, fino ad allora la mia particolare inclinazione ad adattarmi nonché la mia accondiscendenza, come ho già detto, erano sempre state accompagnate da un forte istinto a interpretare segni e seguire quelle che mi parevano inspiegabili ma ammalianti coincidenze. Questa formidabile combinazione di atteggiamenti passivi mi aveva fatto strada per tutta la vita, una strada leggermente in discesa per la quale mi ero lasciato scivolare senza fatica. Purtroppo però negli ultimi anni mi pareva di imboccare continuamente dei vicoli ciechi alla fine dei quali mi scontravo con le estreme conseguenze del mio modo di vivere così, senza oppormi mai. Alcuni di questi episodi rischiarono perfino di avere risvolti tragici. Come quello che raccontai al dottor Magris alla prima seduta.

Un sabato pomeriggio, passeggiando senza pensieri, capitai nel quartiere degli artisti, nei pressi dell’Accademia. Il fermento creativo dei maestri classici, delle avanguardie, del postmodernismo che aveva abitato quel santuario dell’arte si era travasato e disperso definitivamente e aveva preso forma e materia nelle assurde opere-prodotti delle numerose gallerie che costellavano il quartiere, a dispetto della gloriosa ma vetusta e ormai spenta facciata dell’Accademia. C’era un discreto viavai di personaggi piuttosto eccentrici, ma anche di distinti signori in età, molto seri e molto concentrati, che varcavano con decisione le soglie delle gallerie e venivano accolti con composto ed educato entusiasmo da eleganti mercanti d’arte. Da parte mia mi aggiravo curioso e fuori luogo finché non mi fermai di fronte a una grande vetrina in cui trionfava un dipinto che mi colpì molto, se non altro per la facilità di lettura. Raffigurava un aeroplano rosso che sorvolava a bassa quota immensi campi di grano adagiati su dolci colline, cospargendoli di fertilizzante chimico e bianco. Tutta l’operazione di moderna tecnica agraria era minacciata però da cupi nuvoloni grigi le cui ombre già scurivano il giallo brillante del grano. Sarebbe piovuto? Il pilota avrebbe finito il suo lavoro o sarebbe precipitato colto da un fulmine? Il raccolto sarebbe stato compromesso? E quel fertilizzante, che roba era? Mentre mi stavo interrogando su come sarebbe andata a finire, una coppia di tedeschi mi chiese con accento autoritario, quasi imperativo, poiché stavo intralciando l’ingresso: – Entra? – Non potei che rispondere con un sorriso leggermente avvilito e, muto e remissivo, entrai per la prima volta in vita mia in una galleria d’arte. L’odore di trementina e lo scricchiolio del parquet mi accompagnarono sotto lo sguardo impassibile dei commessi non troppo entusiasti di me, della mia aria di naufrago su una spiaggia privata. Raggiunsi accaldato la prima parete di quadri. Immersi nel silenzio erano esposti grandi olii di giovani artisti spagnoli. Rimasi incantato dall’abilità di questi pittori in grado di riprodurre così realisticamente paesaggi rurali, complessi industriali, scorci di architetture medievali, nature morte con rose o ferri da stiro. La luce, la materia, la forza suggestiva di quei dipinti mi invitava a varcare la superficie della tela e diventare parte dei mondi che essi rappresentavano. Visto che non sapevo rifiutare un invito, rimasi catturato e perso tra i particolari raffigurati e i grandi campi di colore. Dopo qualche tempo comparve al mio fianco un uomo magro, in abito, camicia e cravatta neri, con folti capelli grigi, il cui volto pareva abbozzato a carboncino più che scolpito nel marmo. Era il gallerista in persona. Inodore, incolore e imperturbabile era probabilmente lì già da un po’ perché nel bel mezzo di un discorso, del cui inizio francamente non ebbi alcuna percezione, annuì con un sorriso acquoso e smise di parlare finché a mia volta feci ripetutamente sì con la testa in perfetta sincronia con la sua, che pareva inceppata in quel movimento. Non so a cosa risposi affermativamente con il mio cenno del capo. Mi ritrovai accompagnato al bureau della galleria dove un efficiente commesso mi porse con eleganza una preziosa penna stilografica. Mi accorsi che dal fondo della sala i due severi tedeschi mi scrutavano sospesi nell’attesa di un mio gesto. Ma quale gesto? Guardai interrogativo il commesso.

– Complimenti lei ha scelto il pezzo più bello della collezione – mi venne in soccorso il giovane collaboratore del mercante nero.

– Eh già – risposi sorpreso della mia stessa disinvoltura, mentre mi vedevo firmare un ordine di acquisto per l’opera dal valore di ventiquattromila euro.

– Ah! – urlai nel panico gettando con orrore la penna.

– Che le prende? – chiese incredulo il commesso, alternando lo sguardo tra me e il suo principale dall’aria ora piuttosto contrariata. I tedeschi si avvicinarono minacciosi e io balbettai qualcosa come:

– Non, non – ma non riuscii a completare nessuna frase di senso e svenni.

Questo episodio, che si risolse con spese mediche, per curare problemi di pressione, e legali per annullare l’acquisto dell’opera, il cui valore non discuto ma di cui non avevo alcuna necessità, mi fece capire che dovevo assolutamente porre fine all’inerzia che stava trasformando il mio tranquillo scivolare per la vita in tonfi sempre più dolorosi. La terapia del dottor Magris si rivelò estremamente efficace già dalle prime sedute. Imparare a dire di no fu più facile di quanto immaginassi. Una delle tecniche messe a punto dal dottore consisteva nel replicare prontamente accompagnando il rifiuto con una motivazione tanto disarmante quanto più secca e concisa.

Ricordo che quando entrai nello studio, fui impressionato proprio dall’asciuttezza dell’arredamento, dall’aridità dell’ambiente. Non c’erano mobili, solo una scrivania in metallo dall’aria piuttosto pesante che pareva soggiogare il pavimento in fragile cotto. Il motto del dottor Magris Impara a dire di no, pressato da un vetro senza cornice, campeggiava sulla parete immacolata del suo studio. Posto alle spalle dell’immensa poltrona, lo vedevo fare capolino sopra la nuca del dottore. Quell’aureola di disciplina, il tenue riflesso azzurro del neon che rimbalzava contro il vetro davano alla figura in controluce del dottor Magris un certo carisma, benché fosse un uomo piccolo, affondato nella poltrona e trincerato dietro il tavolo gigantesco, ma con una forza nello sguardo capace di rifiutare ogni evidenza. Infatti ci mise almeno un quarto d’ora prima di ammettere il nostro appuntamento, e proprio quando stavo per andarmene mi fermò:

– Dove va? Torni qui che con lei c’è molto lavoro da fare.

Fu l’ultima volta che mi lasciai convincere senza replica perché seduta dopo seduta, maturò la mia capacità di resistenza fino alla colluttazione che ebbi con il dottore quando alla fine del corso provai a rifiutare di saldare il conto.

Ora frequento tutti i vernissage di cui vengo a conoscenza. Entro ed esco dalle gallerie d’arte dopo avere consultato cataloghi, essermi informato accuratamente sull’autore delle opere in quel momento esposte. Mi fisso su un pezzo per ore senza muovere un muscolo. E non compro. Mai.

Continuo ad andare in ufficio in tram ma riesco a conquistare immediatamente posizione davanti alle porte d’uscita e a mantenerla per tutto il tragitto. Solo devo sempre pregare che nessuno mi chieda:

– Mi scusi, lei scende alla prossima? – perché oramai le tecniche del dottor Magris si attivano con un automatismo senza controllo e mi trovo ogni volta a rispondere con fervore: – Giammai! – facendomi da parte, nonostante quella sia davvero la mia fermata.