– Guarda il povero Racheli – Nel bar Giardino affacciato sui binari esausti del tram che da un secolo ancora si rincorrono intorno a Milano, Renato Racheli occupava silenzioso il suo posto, conquistato in anni di frequentazione e Campari in due divisi con gli amici. Ora, in verità non ne erano rimasti tanti e quelli ancora in vita era molto raro che si ritrovassero insieme al bar, specialmente a quell’ora e a quell’età. Il vecchio Renato, seduto per conto suo, aveva qualcosa di elegante nello sguardo, i suoi occhi castani volavano oltre il suo bicchierino di amaro, oltre il bancone popolato da zuccheriere e bricchi di latte, dietro i quali sorgeva incerto il mezzobusto del giovane barista intimidito dalla figura ingombrante del proprietario Carlone. Lo sguardo del Racheli si perdeva fin oltre la vetrina del bar, attraverso le scatole di cioccolatini esposte appoggiate in equilibrio sugli spigoli. Teneva ai suoi piedi una piccola valigia, quella che usava nelle trasferte di lavoro, brevi ma frequenti, tanti anni prima e che poteva contenere il necessario per due giorni al massimo.

– Racheli, com’è che sei così taciturno stasera? – Carlone, che con la sua figura oscurava il minuto barista, lo conosceva da anni e anche se era un po’ più giovane di lui si permetteva la gioviale confidenza che solitamente gli uomini di bar riescono a conquistarsi. – E dove vai tutto vestito bene? – Insistè, maneggiando le bustine di zucchero per non stare con le mani in mano, brutto segno per chi faceva un lavoro come il suo.

– Ho un appuntamento. – Rispose il vecchio Renato senza guardare, aggiustandosi un poco il nodo della cravatta. – E’ ora che vada. –

– O bella, ma con chi è che hai un appuntamento? E’ quasi mezzanotte, se non ti conoscessi Racheli, penserei male. Eh? Racheli –

– Devo partire. Starò via –

– Ma dov’è che vai? –

– Devo andare Carlone, mi stanno aspettando –

– Vai, vai Racheli. Mi raccomando, mandami una cartolina quando arrivi –

Carlone sorrideva con malizia e insieme tenerezza mentre il vecchio pagava con le monetine la sua consumazione. Quando Renato uscì, Carlone, rimasto solo con il novizio barista non trovò la sensibilità per raccontargli di quell’uomo. – Povero vecchio matto d’un Racheli – Si limitò a dire, ma lo sapeva che da quando era rimasto vedovo, l’autunno passato, Renato ogni sera si spegneva sempre di più e non c’era tanto con la testa. Carlone se lo ricordava che si volevano tanto bene il Renato e la sua Aurora. – Povero vecchio – Continuò pensando tra sè – E’ rimasto solo, figli non ne ha mai avuti. Non aveva tempo, diceva. Quando lavorava, era sempre in giro per l’Italia e la sua donna lo aspettava, senza mai perdere il sorriso. Al ritorno venivano qui, a brindare con gli amici, e ogni volta era un matrimonio.

Le campanelle della porta del bar finirono di suonare, dopo che il vecchio Renato uscì in strada. C’era una luce giallastra che tingeva malamente il buio di mezzanotte, un tram era appena passato lasciando dietro sé un eco traballante di ferro e ruggine. Con il conforto del suo cappotto, l’uomo solo si avviò alla fermata dei taxi nella piazza poco lontana incrociando le rare auto che rullavano sul pavè veloci gettandogli addosso aria ancora più fredda e facendogli tremare la valigia a cui era aggrappato. Prima di uscire l’aveva preparata con cura, sfilandola dallo scaffale nel ripostiglio in cui riposava godendo anch’essa di una meritata pensione. Il cuoio scuro resisteva ancora bene, le cuciture e le clip dorate le davano la dignità dell’uniforme di un alto ufficiale. La posò adagio sul letto e, facendo attenzione a non sgualcire le coperte, la aprì liberando un curioso odore di muffa, nonostante una saponetta lasciata dentro avesse dato tutta sé stessa per evitarlo, riducendosi in grossolana polvere lilla. La fodera scozzese di raso era piuttosto consumata e in alcuni punti si notavano piccoli strappi ma poteva ancora contenere lo stretto necessario per quella inaspettata trasferta. Renato, che era stato un formidabile viaggiatore sapeva come organizzare quel poco spazio per mantenersi fresco e a proprio agio ovunque la sua professione lo portasse. Quella sera però iniziò il rito che aveva ripetuto migliaia di volte, riponendo con cura e ben piegato un foulard di seta con motivi di gondole e rose. L’aveva comperato a Venezia tanti anni prima per la sua Aurora, quando si erano appena sposati, il primo degli infiniti piccoli regali che le portò al ritorno di ogni viaggio in cambio della luce del suo meraviglioso sorriso. Adagiato sopra il foulard mise il ventaglio di papiro con il golfo di Amalfi dipinto a mano. Le era piaciuto così tanto che nelle afose estati milanesi si faceva volentieri aria, sognando il mare della costiera, seduta, affacciata al balcone sospeso al quinto piano vicina al suo compagno, ovunque egli fosse.

Renato, nell’umidità dell’inverno approdò nella piazza da cui sarebbe risalpato a bordo di un taxi verso la stazione. Attraversò immergendosi nel buio che i secolari platani restituivano alla notte oscurando la luce dei lampioni di città. Un antico Drago Verde di ghisa, fregiato dello scudo crociato sgorgava un rivolo d’acqua ghiacciata. Un dolce soliloquio che sembrava narrare del secolo passato, di un mondo passato, e della vita che, malgrado tutto, sarebbe continuata così come la primavera sarebbe giunta alla fine di quel freddo inverno e ancora prima il sole avrebbe riportato nuovo splendore a quella notte. Camminava facendo attenzione a non sporcarsi le scarpe che aveva lucidato con metodo prima di uscire e raggiunse la panchina di attesa accanto le strisce gialle sull’asfalto che delimitavano l’area di sosta dei taxi, ora deserta. Si sedette appoggiando vicino a sé la valigia in attesa della sua coincidenza. Se ne stava seduto composto come nella sala d’attesa di un grande aeroporto internazionale, con l’orecchio attento alle chiamate per gli imbarchi. Ma non giungeva voce, solo i singulti della città che sognava irrequieta e sudava quell’umido freddo. Il vecchio Racheli non si accorse di addormentarsi mentre diceva tra sé: – Non vorrei fare tardi, mi seccherebbe. – La puntualità, infatti, era sempre stata per lui un punto d’orgoglio, in tutta la sua carriera non aveva mai perso un treno, un aereo e a ogni appuntamento si era sempre presentato in perfetto orario cosa che lo faceva sentire in ordine e gli permetteva di svolgere con sicurezza il proprio lavoro. Solo una volta aveva rischiato addirittura di mancare un incontro importante. Se lo ricordava ancora bene. Fu una mattina a Genova. Come al solito era uscito dall’albergo con molto anticipo per svegliarsi bene e schiarirsi la mente. C’era ancora tempo e decise che poteva concedersi una passeggiata e godersi quel profumo salmastro. Sulla strada si ritrovò in quella Via del Campo della canzone, le cui parole e musica che sembravano venire dall’ombra delle case, dagli usci socchiusi, dalle fessure delle persiane, lo rapirono, lasciandolo commosso, stordito e col naso per aria per un buon quarto d’ora. Fu un furgoncino che usciva da un carruggio e che gli frenò quasi addosso a ricordargli dove aveva la testa e a fargli riprendere in fretta la sua strada.

Finalmente un tassista giunse alla fermata per iniziare la giornata di lavoro, ciondolare a comando per le vie della città. Sembrava cominciare bene perché c’era già un cliente da caricare. Arrestò l’auto bianca decorata da grandi cifre azzurre sulle fiancate, poco più avanti la panchina aspettando che l’uomo seduto gli venisse incontro. Ma l’uomo non accennava affatto a muoversi.

– Beh, che fa? – Si chiese il tassista al volante e al caldo all’interno dell’abitacolo. Dopo un minuto si decise a uscire per vedere se al vecchio fosse preso un accidenti o cosa.

– Mi sembrava troppa fortuna oggi. Ma quando mai? –

Fattosi vicino al Racheli avvolto nel buio che si stava stemperando nel nuovo giorno, il tassista lo scosse leggermente: – Signore. Signore, tutto bene? Signore mi sente? – Non ebbe risposta da quella statua di ghiaccio, solo un brivido – O Madonna. Ma questo qui l’è andà. Ma perché tutte a me? Dio bono. Ma perché? – E corse nel suo taxi ad avvertire la centrale che mandassero un’ambulanza. In quella breve fuga urtò la valigia del Racheli che cadde sull’asfalto e nonostante mantenesse ancora un aspetto dignitoso, i suoi anni si fecero sentire poiché cedette nell’impatto e si aprì, rovesciando malamente il suo contenuto stravagante: foulard, ventaglio, profumi, cartoline, un disco di De Andrè, delle statuine di vetro. Proprio su una di queste, un cavallino miracolosamente rimasto intatto, cadde in quel momento dal cielo un raggio purpureo, impavido araldo di sole che sarebbe giunto di lì a poco. Il riflesso del vetro diede ancora più forza a quella luce calda e gentile che investì come una carezza il viso di Renato. E mentre il sole rosso finalmente nasceva sopra i tetti accendendo la volta di porpora e rosa Renato sembrò sorridere e da qualche parte dentro di sé per l’ultima volta esclamò felice:

– Sono tornato. Guarda quanti regali ti ho portato. Aurora. –

Per finire in bellezza la signora Rosa mangiò la ciliegina. Sputò il nocciolo con eleganza e sorrise ai convitati: – Cari, vi adoro –

Quando calarono la cassa di ciliegio nella fossa ahimè la signora Rosa aveva poco da sorridere, da sputare e da adorare. Qualcuno però giurò di avere sentito un rutto.