Stanlaurel riposta dal 10 di gennaio.

Buon anno a tutti.

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– Faccio un uso sconsiderato dei punti di domanda. Non che sia un ingenuo o che faccia finta di non capire. Semplicemente mi delizio a farmi ripetere le cose due volte. Così come amo calzare un bel paio di scarpe.

– Feticista del cazzo.

– Come?

Parigi 12 luglio1961

Caro Maurice,
quello che sto per dirti forse ti farà male ma è giusto che tu lo sappia. Sono fidanzata. Il mio fidanzato è arrivato dall’Italia e siamo stati insieme tutto il fine settimana. Per questo non mi hai vista al café sabato sera. Ripartirà alla fine di luglio e io tornerò con lui perché ci sposeremo. I miei programmi, veramente, non erano questi. Avrei voluto finire gli studi a Parigi e chissà, magari trasferirmi qui definitivamente. Con te ho passato una stagione indimenticabile. Sento di essere cambiata. Purtroppo però non posso cambiare il mio passato, che è venuto a prendermi. La mia famiglia ha voluto anticipare drasticamente le nozze già fermamente decise. Mi rendo conto che è uno choc sapere tutto questo dopo quello che c’è stato tra di noi. Anche per me non è facile dover rinunciare a te, alla Sorbona, agli studi, alle notti in Saint Germain. Ma non posso tradire la mia famiglia che solo grazie a questo matrimonio potrà scongiurare un disastro economico che finirebbe per compromettere anche me. Speravo tanto che le cose si risolvessero altrimenti. Ti prego di capire o almeno perdonarmi. Io non ti dimenticherò. Forse un giorno potremo rivederci e amarci ancora.

Annetta

P.S.
Ho già lasciato il mio appartamento. Queste ultime settimane starò con Marco, il mio fidanzato, in albergo. Ti prego, non cercarmi.

Annetta fece appena in tempo a infilare la lettera nella busta quando Marco la chiamò dalla sala della loro suite che si affacciava elegantemente su Rue Lafayette. I pavimenti di moquette attutivano i suoi passi sicché ella non lo sentì entrare in camera alle sua spalle, ma lo vide comparire nel grande specchio incorniciato di fronte al quale era seduta. Nascose la busta nel cassetto dello scrittoio e si girò, mostrando al promesso sposo tutto il sorriso che in quel momento le riuscì. Parve convincente perché Marco era raggiante sulla porta, con nella destra una bottiglia di champagne e nella sinistra un modello delle sue nuove scarpe che aveva progettato e brevettato. Le avrebbe presentate alla grande fiera che si sarebbe aperta in quei giorni, sicuro di conquistare il mercato internazionale delle calzature. Era venuto però a Parigi anche per un’altra ragione: portarsi via la sua Annetta e sposarla, prima di quanto osasse sperare.
– Guarda Annetta, guarda dove metto Parigi e tutta la Francia. Fanno tanto i sofisticati, gli aristocratici. Tutte quelle smorfie quando capiscono che sei italiano. E guarda dove li metto tutti quanti. Vieni a bere Annetta. Con le mie scarpe, con il mio brevetto conquisterò tutta la Francia. Per te, Annetta. Guarda, non filtra neanche una goccia.
– Sì, beviamo Marco, beviamo e cerchiamo di non dimenticare.

– Hai preso tutto?

– Mi sembra di sì, fammi solo controllare la prenotazione, vediamo: “Eurocity Milano-Parigi, prima classe, vagone letto scompartimento 2”. Dev’essere più avanti, qui ci sono le cuccette.

– Le medicine per la pressione te le sei ricordate?

– Sì.

– Quelle per lo stomaco?

– Sì, ma non mettermi ansia, starò via solo pochi giorni. Parigi non è il centrafrica. E io non sono ancora una vecchia rimbambita.

– Lo so mamma, sono nervoso, mi rendo conto. Sono ancora sconvolto da tutto quello che mi hai raccontato. Io, ancora non capisco, non me ne hai dato neanche il tempo e non sono affatto sicuro che tu stia facendo una cosa giusta. Ti ho voluto accompagnare perché non pensavo facessi sul serio, che ti avrei convinto a tornare indietro. Ma vuoi veramente partire?

– Insisti? Fin sul binario davanti al mio treno? Ne abbiamo già parlato a sufficienza, mi pare. Ecco, siamo arrivati.

– Ma cosa vai a fare? Cosa pensi di trovare? E’ passato così tanto tempo ormai, da quello che mi hai detto. Papà è mancato da nemmeno un anno e tu ti ributti tra le braccia di questo Alain Delon che non vedi da quando eri adolescente. Non ti sembra di comportarti da ragazzina? Almeno per rispetto di papà.

– Si chiama Maurice e io avevo vent’anni quando dovetti lasciare la Sorbona per sposare tuo padre, partorirti e passare il resto della mia vita a Vigevano. In mezzo a un mucchio di scarpe. Perché questo ha fatto tuo padre finchè non è morto: scarpe. Ha fatto camminare migliaia di persone, per tutto il mondo. E io ora non posso prendere un treno e passeggiare per Parigi?

– Santo cielo, ma chi ti ha obbligato a lasciare quella maledetta Sorbona. Io non sarei qui ora a prendere freddo e discutere con te su questo binario. E vorrei sapere perché adesso tiri fuori tutto questo rancore per papà e per il suo lavoro, che se non sbaglio ti ha permesso un tenore di vita invidiato da tutti.

– A Vigevano.

– Ma cos’ha Vigevano, maledizione?

– Ti prego di non urlare che ci stanno guardando.

– Chi, quei due fidanzatini? Ecco, quelli sì hanno il diritto di partirsene per Parigi in piena notte, su un treno ad alta velocità. Vivere la loro avventura romantica e irresponsabile da ventenni che sono. Ma tu, mamma.

– Io cosa? Che responsabilità ho più ormai? Cosa credi, che la mia vita stia per finire e quello che mi rimane lo debba ancora a qualcun altro invece che a me? Grazie a Dio mi sento bene, a parte qualche acciacco. Non sono più giovanissima, d’accordo, ma sto bene e posso occuparmi finalmente di me. Tuo padre riposa in pace. Ha lasciato una vita di lavoro e una fabbrica che dà da mangiare a sessanta famiglie E tu fino a quando vuoi ancora che ti allacci le scarpe? Hai quarant’anni ormai, devi pensarci tu, alla fabbrica e al resto. Vieni qui, metti il piede sulla predella che ti sistemo queste stringhe. Voglio dirtelo un’ultima volta, non lo so se adesso, qui, riesci a capire ma spero tanto che un giorno tu ti renda conto. La vita è lunga, almeno per i più fortunati, e ci sono tante cose che si vogliono e si possono fare. Tira su l’altra scarpa. Ho capito finalmente che continuare a ripetersi: “Ormai quel treno è passato e io l’ho perso e non tornerà più” è una scemenza. Io sono qui a prenderne un altro, vedi? E ci sono ancora tante cose che voglio e posso fare. E lo devo a me stessa. Capisci?

Ecco fatto, così non corri il rischio di inciampare.

– Sì, credo di sì, non lo so.

Mamma.

– Cosa.

– Ma in questi giorni che sei via, posso mettere i mocassini?

– Va bene ma ricorda: abito scuro, sempre scarpe scure. Come ti ho insegnato e come ho imparato quel breve periodo in Francia.

– Giona, cosa hai deciso di fare questo pomeriggio? Non vai a giocare a rugby? Se esci dovresti farmi una cortesia, passare da Marcello e chiedergli se può prestarci lo stereo per stasera. Sto preparando la salsa per la cena. Siamo in dodici. Te la senti di ballare anche con me? Ci sono rimasta male l’ultima volta. Ho visto passarti tutte tra le braccia. Non ho detto niente però un po’ mi è dispiaciuto che non volessi ballare con tua sorella. Assaggia la salsa, secondo te manca di qualche cosa?

– Mi sembra buona. Di dolce cosa c’è?

– Meringhe.