Avevo sentito dire che Gubbio fosse una città dove coltivare certezze. Mi illusi allora di cambiare vita trasferendomi sugli Appennini umbrotoscani. Ero pieno di progetti. Ben presto però mi scontrai con un territorio ambiguo. I falsopiani erano più inclinati di quanto immaginassi. Le colline si rincorrevano intorno alla città facendosi beffe dell’orizzonte, che riusciva a mostrarsi solo a tratti e con un certo disappunto. I cipressi stavano in fila controluce per tutto il giorno creando in me un senso di attesa spossante. Fu solo dopo mesi che ebbi un primo riscontro positivo. Accadde in farmacia quando mi pesai pubblicamente. La bella signorina che profumava di cotone pulito, bianca come un angelo, da dietro il bancone disse sensuale che mi trovava pieno di eccipienti. Tutti i clienti si girarono verso di me e applaudirono vivacemente. Cominciai a drogarmi.

Tutto questo amaro, come farò a mandarlo giù. Ho la pelle secca e chissà per quanto continuerà a squamarsi. E questo amaro che non mi dà pace. Con una certa goffaggine risalgo i tornanti puntando al belvedere dei ristoranti in collina. Con i bar del lungomare ho chiuso. Ma che amarezza.

Sono sulla via della seta in viaggio verso Pechino. Ancora un pochino e saremo a Pechino. Il comandante Bowling ha ordinato un Biancosarti, per tutti. Non so che fare. Queste sere interminabili così piene di stelle mi danno il capogiro. Bevo insieme agli altri e penso a te, a Parigi, ai tempi della Comune appena fuori Parigi.