– Vengono proprio tutti?

– Tutti tutti.

– Anche Salvo?

– Tutti tutti salvo Salvo.

– Ah, ecco.

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Mi genufletto a comando. Sul marmo mi viene certo meglio ma se mi dicono “In ginocchio sul parquet” faccio il mio lavoro senza mostrare riluttanza. Mi rimane sempre una certa fobia per le schegge di una lamatura approssimativa e datata. Forse se cambiassi i bermuda con un bel paio di pantaloni lunghi. A quarantadue anni non dovrei mancare di rispetto a nessuno. Eppure mia zia riesce sempre a dissuadermi. “Rino!” mi dice quando intuisce che sto elaborando una iniziativa. “Rino, ma non ti vergogni?” Ci casco sempre. Arrossisco come un astice e un po’ ci soffro.

Un giorno mentre ero in ginocchio su dei gradini rivestiti di panno a fioroni, stavo per finire il turno quando presi a cercare nelle tasche dei bermuda un fazzoletto per asciugarmi il naso che minacciava di esplodere. Il fazzoletto non c’era. Dovetti rassegnarmi a quella tesi in un crescendo di panico proporzionale alla pressione nelle narici da parte del muco ostile. Mi ricordai all’ultimo momento che la camicia che indossavo aveva una tasca. Mi guardai il petto e compresi che quel rigonfiamento sotto il maglione non era dovuto ad una malformazione. C’erano buone probabilità che si trattasse di un fazzoletto infilato nella tasca appena sopraggiunta a memoria. Per un attimo mi sentii libero. Avevo trovato una soluzione di mia iniziativa, spontaneamente e potevo realizzare un personale progetto per risolvere un grave problema imprevisto. Senonchè, con la mano infilata nel collo a “v” e nelle orecchie già il suono delle campane di gloria, percepii un forte bruciore sulla nuca, e vidi nero.

Durò tutto pochi istanti. Quando riaprii gli occhi la pressione nel naso era scomparsa anzi, spalancò le narici a quell’inconfondibile odore di ammoniaca e pasta di pane che mi fece intuire la presenza della zia, lì da qualche parte. Infatti. “Rino!” Sentii gridare da dietro le spalle. Non prestai subito attenzione al richiamo perché ero ipnotizzato da quello che vedevo davanti a me e addosso a me in un debole stato di choc. Non potevo credere che avessi prodotto tutto quello a cui stavo assistendo. Certo la zia mi aveva dato una mano, è il caso di notarlo. E ora un enorme filamento appiccicoso mi univa ai gradini sui quali stavo in ginocchio, sbilanciato in avanti in un precario e doloroso equilibrio. Mi sentivo la fresca preda di un orribile ragno, la Tarantola dello Scalone o qualcosa del genere.

“Rino!” Continuava a chiamarmi la zia. Mi girai pieno di disgusto e umiliazione, avevo ancora mezzo braccio sotto la maglia incollata dall’umore nasale. La zia mi aiutò a rialzarmi tirandomi per le basette. Una volta in piedi dall’alto dei miei 184 cm cercai di mostrare contegno e dissi: “Zia Agata, mi occorrono degli antibiotici”. Digrignando i denti col pericolo di crollo dei ponti costruiti da un antico amante odontoiatra rispose: “Vai a farti un aereosol, bestia!!”. Quando tornai trovai tutto il pavimento dell’atrio cosparso di ceci e fu lì che capii veramente e fino in fondo il concetto di punizione corporale.

– Pare che Monsignor Cannavò tenne una lezione di catechismo di quindici ore filate a Nino detto il riccio. Gli fece una capa santa.

– Tanta.

– Ad ogni modo non lo convinse a entrare in seminario. Anzi, Nino aprì una pescheria che conquistò subito una dubbia fama. Teneva i pesci con i capelli.

– Posso finire la mayonese?

– No!

– E le acciughe?

– Neanche!

– E queste due granseole che ci  sono qui?

– Mi servono.

– Ma ho fame.

– Non mi interessa.

– Allora fai metà con me della mia mela?

 

– Mr. Adam, lei dice che immediatamente dopo aver addentato la mela le fu recapitata l’ingiunzione di sfratto, è così?

– E’ così. E da lì cominciarono tutti i miei guai.