Nell’atrio dell’albergo l’inserviente si aggirava chino tra i tavolini, raccogliendo gli ultimi disordinati avanzi dei clienti appena ripartiti per la loro Spagna. A quell’ora della mattina in cui la luce azzurra dell’estate per un attimo pare detergere tutto di fresco, l’odore forte di varichina impregnava l’ampio locale. Era senz’altro l’ora sbagliata per partire o arrivare: niente saluti, niente benvenuti. Ma le coincidenze vanno rispettate. E così fecero gli spagnoli infilandosi nel taxi che li attendeva fuori.

L’inserviente, con le ginocchia flesse, un braccio penzoloni ad afferrare i piccoli rifiuti, l’altro, piegato, a reggere un inossidabile vassoio d’acciaio, strisciava passettini verso la fine del suo turno di notte. Aveva attraversato lentamente il salone deserto, la schiena finalmente eretta, e giunto al banco del bar, in quel momento non presidiato, posò senza guardare il suo ultimo raccolto. Si girò invece a contemplare il suo lavoro, un senso di pulito lo commosse ma sapeva che sarebbe durato poco e si preparò, come meglio seppe fare, un caffè.

L’aroma sprigionato dalla macchina per gli espressi saliva deciso, sfidando quello acre del detersivo industriale. Le volute evanescenti sopra l’uomo dell’albergo finirono presto per annientarsi a vicenda mentre la luce del giorno sbiancava in un malizioso sorriso, gli ascensori aperti sulla sala si chiudevano ubbidienti, chiamati a deglutire i primi ospiti, mentre qualcuno già scendeva per lo scalone pieno di propositi. Il traffico in strada iniziava tossendo il suo lungo sconclusionato monologo che sarebbe durato un giorno intero. 

– Sono il Testimone del Principio – Si disse in quell’attimo l’inserviente, provvisorio e ingombrante sulla pedana del bar.

– Ma non ho testimoni – si annientò, mentre si slacciava il grembiule e posava la tazzina nel cestello della lavastoviglie.

Usavo molto la sanguigna. Tutti i ritratti venivano sempre troppo accesi e mi aumentava la salivazione. Un giorno la signora Denise mi disse: “Che fai caro? attento, ti stai macchiando tutto”. Naturalmente feci finta di niente e continuai a sfumare le sopracciglia. Alla fine della lezione mi ritrovai sotto i piedi una pozzanghera rossiccia. Ma, senza dubbio, fu quel forte odore di mattone a farmi decidere per il collage.

"Risponda assolutamente sì, assolutamente no, assolutamente non so e dica cosa la affascina di più in un koala.

A partire… da questo momento!"

"Francamente, assolutamente non so. Di un koala? senz’altro le pause pranzo.

Posso togliermi la cravatta?"